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isabella
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Oggetto del messaggio: la faccia Inviato: lunedì 16 novembre 2009, 18:07 |
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Iscritto il: venerdì 23 ottobre 2009, 16:55 Messaggi: 54
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LA FACCIA
Mio Arlecchino, mio Avventuriero, mia Notte, mia felicità, mia passione. Marina Cvetaeva a Constantin Rodzevich
Ci sono state notti, amico mio, in cui i confini del lenzuolo si allargavano mostruosamente e inaspettatamente, in un modo così fluido e naturale che io non sapevo se nascondermi nella terra o manifestarmi, così senza nulla, a braccia nude, in tutto quel bianco… E accadeva che mi si porgesse qualcosa che era dolce come un sogno. Allora vedevo quanto ero bella e pensavo che c’eri tu, e che mi volevi fare un regalo. Ma oggi ho conosciuto lei, e ho paura di averti perduto. Non posso fare niente… devo restare ferma in questo letto, in questo buio. Non mi muoverei per nulla al mondo. Ho paura a respirare, ho paura a chiudere gli occhi, il mio cuore batte forte, lo sento dappertutto, sotto la mia pelle, ho paura che mi esca dal petto, sono debole… sono debole… Parlerò pianissimo, non mi farò scoprire. Ti racconterò tutto in un sussurro.
Ero contenta oggi, ero carina e frettolosa, tornando a casa. Mi guardavo nelle vetrine e alzavo il petto, respiravo un’aria freschissima e lieta, mi pareva di stare in un mondo bellissimo. Oh sì, scorrevo via come un’onda luccicante su un vetro tirato a lucido, il mio vestito si muoveva tutt’intorno a me… c’era il sole. Tu mi seguivi ma non ti nascondevi, mi guardavi come un grazioso fantasma che sorride, da vicino. Quando sono arrivata a casa, però, io non so… già da prima, salendo le scale, uno strano silenzio mi aveva in fretta raggiunta, e mi pesava sulla schiena. Ero stanca. Per un poco sono rimasta ferma davanti alla porta, non riuscivo ad allungare la mano verso la maniglia. Avevo paura. E poi mi sono accorta che la porta era solo accostata… ma si apriva… davanti a me, lentamente, da sola, e io dentro ho sentito un vuoto senza fine -non c’era nulla- un’assenza pesantissima, un suono pauroso… Sarei morta di dolore – entrando in casa, sulla soglia- se non avessi visto davanti a me, in un angolo sotto il davanzale della finestra, una strana figurina accartocciata che subito si rivelò, muovendosi, una donna. Mi stupì moltissimo… era in casa mia, era così piccola… una misera donnetta, niente di più. E mi guardava con un sorriso stento, come se volesse scusarsi, e intanto veniva verso di me, così curva che la sua faccia si vedeva appena, immersa com’era in una strana ombra da lei stessa creata… e non esisteva, era mostruosa, soprattutto per le labbra… così meschine, lisce come il ghiaccio. Io ho detto “chi sei?” e lei si è fermata in mezzo alla stanza, e portandosi le mani al petto con aria contrita ha detto: io? E intanto mi osservava con vuoti occhi, alzando faticosamente la faccia dalle spalle. La sua piccolezza mi sgomentò… immaginai le sue ossa, le vidi di vetro sottilissimo. Le avrei spezzato il collo con due dita. Ma poteva rompersi benissimo da sola, da un momento all’altro, in mille pezzi. Mi ha subito fatto schifo, l’avrei schiacciata. Lei però mi ha sorriso con una certa tenerezza, sembrava proprio una persona… e poi con quell’aria sulla faccia mi ha voltato le spalle ed è tornata nel suo angolo sotto il davanzale. Si è accucciata su un cuscino morbidissimo, di piume. Lo so –gliel’ho preso dopo- è il più caldo cuscino che abbia mai avvolto la mia testa… lei fa sonni quieti, sorride, i suoi sogni sembrano fiabe… ma è una contapalle e sa solo spettegolare, non ha un filo di fantasia, non sa niente, il suo cervello non è niente… niente… comunque… all’improvviso ha cominciato a parlare… con un certo tono… come se raccontasse una favola, ma come se fosse vera… Non mi andava affatto, sotto la mia finestra. Neanche mi guardava. “Ti ho vista arrivare, da quassù” ha detto raggomitolandosi sul suo cuscino, “fissavi lo sguardo negli occhi delle persone che incrociavi, soprattutto uomini”. Io mi sono appoggiata alla porta, mi ci sono schiacciata sopra con le mani aperte. Ho detto “non è vero”, ma forse lei non ha sentito. La maniglia premeva contro la mia schiena, mi faceva male. Ho spinto ancora di più, con ancor più forza. Non sapevo cosa fare… Lei mi ha sorriso con benevolenza. “Oh, ma non è nulla… lo facevi solo incidentalmente, infatti subito distoglievi lo sguardo.” Poi ha chiuso gli occhi, ha sbadigliato, sussurrava… ha detto “e tornavi a guardare avanti in maniera manifesta… benché la tua faccia restasse sempre uguale, come se non vedessi nulla.” “Non potevi vedere la mia faccia, siamo troppo in alto” le ho detto io. Era proprio così, non poteva avermi vista, era assurdo quello che diceva. Lei sembrava dormire, ma invece no, si è mossa e si è appallottolata con la faccia verso il muro, tutta comoda, e con un filo di voce mi ha detto “io ci vedo benissimo.” E a quel punto ho visto che si era addormentata. Mi voltava le spalle come una bambina impertinente… dormiva della grossa, non gliene importava niente di me. Però, sai, era ancora giorno, e non mi sembrava poi così naturale quel suo assopimento… Il fatto è che non mi fidavo di lei. Ma potevo sempre approfittare del momento, potevo scendere dal custode e chiedergli com’è che era entrata quella donnetta, perché l’aveva lasciata passare, che faccia aveva… Ma come potevo lasciarla sola in casa? Che cosa avrebbe fatto? E poi, cosa mi avrebbe detto il custode? Sicuramente non l’aveva vista e non sapeva nulla di lei. Ma allora, che cosa potevo fare io? E lei… dormiva davvero o faceva finta? Dovevo vedere. Dovevo vedere la sua faccia, da vicino, adesso che lei non poteva vedere me. Allora ho cominciato ad andare verso di lei, in punta di piedi, e all’improvviso ho visto una grossa borsa sotto il tavolo. Una borsa enorme per una donna così piccola: come ha fatto a portarla fin qua? Mi sono fermata, ho fatto per allungar la mano: volevo aprirla, morivo dalla voglia di vedere tutta la roba che c’era lì dentro. Ma avrei dovuto voltare le spalle a lei. La guardai e in due passi la raggiunsi e mi chinai sulla sua faccia. Dormiva. La piega della sua bocca me la mostrò appena morta, tutta rattrappita dentro se stessa come per nascondersi. Un gelo feroce veniva dal suo misero aspetto. Mi fece orrore. La dovevo uccidere. Decisi subito di ucciderla. Avrei usato il coltello, l’avrei trapassata con un coltello da cucina. Si sarebbe spaccata in due. E in quel momento ha aperto gli occhi e mi ha vista. Era insonnolita, sorrideva stupita. “Perché mi guardi così? Che cosa ti ho fatto?” mi ha detto. Io non mi sono mossa. Ero sopra la sua faccia, ne guardavo ogni piega, con occhi pieni di forza rimiravo la sua bruttezza… ero enorme sopra di lei. Non le ho detto niente, e lei ha abbassato lo sguardo, stringendosi nelle spalle, ha mormorato “Io sono buona, sai, sono una donna mite, perfino timida…”. Cercava di farsi ben volere, quella bugiarda. La sua melensaggine m’infastidì a tal punto che dovetti subito allontanare la mia faccia dalla sua. Ma non potevo staccarle gli occhi di dosso, così la guardavo mentre si faceva sempre più piccola e intanto cercavo la sponda del tavolo, dietro di me, con la mano tesa, vacillavo. Ho fatto cadere una sedia, indietreggiando, e così subito l’ho afferrata ben stretta e mi sono buttata su di lei. Avevo una forza incredibile, forse ho gridato, ma non ho potuto menare il colpo. Lei si è coperta la testa con le braccia nude, piagnucolava. Tremava e scricchiolava come un vecchio burattino, un odore pietoso veniva dal suo corpo. Come una malata… voleva forse farmi pena? Mi colpì a tal punto che non ho potuto fare a meno di restare ferma con la sedia alzata su di lei… e guardarla… e poi ho rimesso la sedia a posto e mi sono seduta. Ero stanchissima, ho abbandonato braccia e testa sul tavolo. Non la guardavo neanche la donnetta, anzi, ho chiuso gli occhi. Sentivo che si muoveva nella stanza, l’ho sentita trafficare in cucina. Ascoltavo. Brevi passetti, rumore di tazze, ha fatto scorrere l’acqua… una vera donnina. Non sarei mai riuscita ad ucciderla. Era vero tutto questo? Ma no… forse sognavo? Eppure l’ho vista afferrare il coltello per la lama e sorridere con labbra vicine a spaccarsi. Mi ha mostrato i denti, mi ha immobilizzato con una nera occhiata e con un gesto scarno, di una forza inaudita, mi ha strappato il coltello dalla mano, l’ha spaccato in due, ne ha gettato i pezzi a terra, si è messa a biascicare un’ossessiva cantilena, a voce alta, camminando su e giù per la stanza e battendo i piedi a terra, a volte, tutta china e dondolante. Quanto si è lamentata! Mi rimbombava il cervello. Ma cosa è successo? Quanto è durato? Io non ricordo… Poi ho smesso di ascoltare, e quando ho aperto gli occhi la mia faccia affondava in un morbidissimo cuscino di piume che puzzava di selvatico, caldo come un nido. L’ho subito buttato per terra. Davanti a me, dall’altra parte del tavolo, c’era lei, accovacciata in fondo alla sedia. Tra le mani teneva una tazza fumante. Il sole era tramontato, la stanza era in penombra. Ma ho visto bene i suoi nerissimi occhi alzarsi dalla tazza e fissarsi nei miei. “Non è bello quello che hai fatto, davvero. Stavi quasi per prendermi, con quel coltello” ha detto. Ha bevuto tutto, e poi ha sorriso mestamente e posando la tazza sul tavolo ha mormorato “solo per il mio aspetto, che t’intristisce tanto…” “Sei brutta” le ho detto io, “non posso sopportare quella tua faccia”. Mi batteva il cuore, sai? Forse mi tremava la voce. Ma gliel’ho detto lo stesso. “E tu allora? Come puoi sopportare la tua?”. Ha detto così e poi è rimasta a guardarmi, con un’aria come se si aspettasse che io le rispondessi. Che domanda assurda… io sono bella. Lei si guardava le mani, ora, sembrava distratta. “Ma poi, in fondo, la tua faccia è sempre la stessa”. Parlava con un tono di noncuranza, era odiosa. “Seppure anche la tua invecchi, prima o poi tu stessa te ne dovrai accorgere, guardandoti allo specchio… sempre la stessa faccia, guardata per anni, troppo, e per giunta sempre più vecchia”. A questo punto mi ha guardata tutta sorridente e ha detto “non pensi che sarebbe penoso riflettere su ciò?”, e poi è scesa dalla sedia –è scivolata giù- e si è infilata sotto il tavolo. Potevo darle un calcio in faccia, su quella bocca. Invece mi sono piegata per vedere cosa stava facendo. Aveva preso la borsa con tutte e due le mani e la trascinava fuori lentamente, con grande fatica, camminando all’indietro. “Dove vai?” ho gridato. “In bagno”. “Ecco, brava, guardati allo specchio e poi dimmi come ti senti tu”, le ho detto io, e poi sono scoppiata a ridere forte. Anche lei si è messa a ridere. Ha lasciato la borsa, si è coperta la bocca con le mani. Si ritraeva, nascondeva la faccia. Sembrava proprio allegra. Ha sussurrato “ma quando mi guardo allo specchio… io non penso alla bellezza”, e senza badare a me ha ripreso a trascinare la sua borsa, fino alla porta del bagno. “Penso ad altre cose” ha detto. Poi ha aperto la porta e ha spinto dentro la borsa, e io le ho chiesto “quali cose?” Ma lei è entrata in bagno e si è chiusa la porta alle spalle, l’ha chiusa a chiave. Non mi ha risposto. Sono rimasta da sola, nell’ombra. C’era un silenzio… Mi sono chiesta cosa ci fosse di strano nella stanza, ho guardato intorno, dentro tutti gli angoli. Le cose erano diverse, ma non saprei dirti… Però non mi sono realmente stupita: me l’aspettavo. Il letto, appunto, mi sembrò più piccolo, come un giaciglio. In fondo, tutto poteva essere previsto. Mi ricordo che a quel punto… che strano, mi viene in mente solo ora… a quel punto ho tirato su le gambe –contro il petto, per raccogliermi- mi sono accovacciata sulla sedia come lei. Mi sentivo tranquilla, mi accarezzavo le ginocchia, le mie mani erano lente e leggerissime, scendevano fino al collo del piede. Gustavo la mia pelle. E all’improvviso ho sentito quanto grande fosse il silenzio. Nessun rumore veniva dal bagno, e da molto. Era quasi buio. Molto lentamente mi sono alzata dalla sedia… lei si stava guardando allo specchio, ne ero sicura, volevo vedere la sua faccia che si guardava. Ma proprio mentre m’inginocchiavo a terra e posavo le mani sulla porta ho sentito un rumore molto strano venire da dentro, come di ferraglia pesante, ma che si rompeva. Allora ho subito guardato nel buco della serratura e l’ho vista china sopra la sua borsa, con le braccia e la testa affondate dentro… armeggiava, scavava, cercava qualcosa. Aveva un sacco di energia e scarni polpacci violacei, per nulla flaccidi. Si agitava sulle punte dei piedi, piccola piccola, dentro la sua grande borsa. La sua schiena era attraversata da una lunga incrinatura… o forse era gobba, forse spunzoni di ghiaccio si rincorrevano fra le sue scapole… cos’è che le si annida dentro? Poi di colpo si è fermata ed è venuta verso di me, arrabbiata. Arrivava veloce… Ha spalancato la porta prima che potessi alzarmi. Eravamo faccia a faccia. “Sei tutta sudata, lavati!” mi ha detto. Si è scansata, per farmi entrare. Ma restava sulla soglia, a guardarmi, mentre io ero ferma in mezzo al bagno. “Cosa c’è?” le ho chiesto. Devo esserle apparsa molto seccata. “Sii gentile” ha mormorato lei, “mettimi fuori la borsa, che per me è troppo pesante”. Ha giunto le mani e mi ha guardata sorridente e tremante, con la testa china, mentre io prendevo la borsa. Era pesantissima, ma gliela passai in fretta, ce la misi tutta. Ha continuato a guardarmi in quel modo fino a che non le ho chiuso la porta in faccia. Ho chiuso a chiave, naturalmente, ho controllato che fosse chiuso. La luce era fortissima. Ho guardato in alto… era bianchissima e abbagliante. Ho chiuso forte gli occhi e ho schiacciato l’orecchio sulla porta… i canali nella mia testa erano enormi, lunghissimi, insidiosi. Misteriosamente… la porta viaggiava, come un fluido spesso che però rotola giù in tortuose palpitanti strade, così sensibili… mi scoppiava il cervello. Eppure non sentivo alcun rumore, come se non ci fosse nessuno, ma proprio nessuno, dall’altra parte, oltre la porta. Così ho guardato nello specchio, ma non mi sono vista subito, tanto la mia faccia era immobile. Poi ho visto che ero bella e spaventata… ero pallidissima, i miei occhi sembravano enormi. Puzzavo. Aveva ragione, quella bastarda. Ho aperto l’acqua nella vasca e mi sono spogliata. Ero bella… ero bellissima… mentre la vasca si riempiva non ho fatto che guardarmi… nell’acqua sono scesa a precipizio, ho immerso la testa, sono scesa in un oceano profondo e caldissimo e tu sei tornato da me. Ho baciato le tue labbra, erano morbide come quelle di un bambino. Non respiravo, come una sirena. I tuoi capelli mi accarezzavano il collo. E in quel momento un suono pauroso come da un abisso mi ha raggiunta, mi ha travolta… e si ripeteva lento e profondo e sempre più grande. Ho avuto una paura terribile, sono scappata via, dovevo respirare. C’era lei, quella donnetta, dietro la porta, e muoveva la maniglia con secchi colpi, voleva entrare. Io ho gridato più forte che potevo, ho gridato “vattene bastarda!” e la maniglia si è fermata, per un poco, mentre uscivo dalla vasca, e poi l’ho sentita che armeggiava con qualcosa nella serratura e subito dopo è entrata, così, all’improvviso, me la sono vista davanti, tutta severa che sembrava quasi essersi raddrizzata e mi ha detto che c’ero stata troppo in bagno ed era ora di andare a dormire e che lei aveva già preparato il letto e mi ha mostrato un piccolo gancio arrugginito che stringeva tra le dita. Ero nuda davanti a lei, ero china e gocciolante in mezzo al bagno, tremavo, non le ho detto nulla.
Adesso lei è qui con me. Si sta preparando per la notte, quella troia, nel mio letto. Non so se dorme. Forse non ha chiuso gli occhi. Non voglio guardarla. Ho paura, sai? Tanta. Amico… amico mio che ne sarà di noi? Ecco, mi tocca. I suoi piedi sono gelidi come il ferro, mi fanno male.
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francesco tacconi
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Oggetto del messaggio: Re: la faccia Inviato: venerdì 20 novembre 2009, 9:49 |
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Iscritto il: giovedì 22 ottobre 2009, 12:47 Messaggi: 394
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Questo racconto è enorme nel senso che non riesco a contenerlo se non mi aiuti tu. Perciò vorrei farti fare quello che il mio agente fa fare a me per poi sottoporre i miei lavori all'attenzione dei vari editori. Mi potresti fare una scheda o una sinossi? Un riassunto in cui però mi devi anche dire chiaramente quello che intendi dire e dove vuoi andare a parare esattamente. Ti chiedo questo perché i contenuti del racconto sono molti e vari e giocati su diversi registri. Se mi muovo da solo potrei intervenire su leve che non ti interessa toccare e per contro ignorarne altre che ti interessano molto. Sicuramente lo devi riscrivere tutto, ma mi devi aiutare a dirti come.
Non ti preoccupare del tempo che impiegheremo a fare questo lavoro e non chiederti nemmeno se lo porteremo a termine Però cominciamolo
Ti aspetto
_________________ I love You, but I've chosen darkness
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isabella
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Oggetto del messaggio: Re: la faccia Inviato: domenica 22 novembre 2009, 16:43 |
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Iscritto il: venerdì 23 ottobre 2009, 16:55 Messaggi: 54
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Ho avuto l'idea di questa storia un giorno che ero al telefono con mio marito. Si lamentava del fatto che non riusciva a trovare una donna che non fosse una donnetta. Io gli ho detto: "siamo tutte un po' donnette". Lo ricordo come fosse ieri... Ho pensato quindi subito a una donna divisa in due, dove una parte era "donnetta" e ho deciso di scriverne un racconto. La prima parte - l'antefatto - l'ho scritto in stato di ubriachezza: il mattino dopo ho trovato il quaderno aperto sulla scrivania: non avevo la più pallida idea di come mi fosse venuta fuori quella roba, e da dove... Il resto è venuto da solo, nel senso che non ho pianificato la storia: sapevo solo che alla fine la donna si ritrovava nel letto con la donnetta. Quindi in un certo senso ho scritto "rincorrendo" il finale, senza pianificare nulla. E' comunque la storia di una donna divisa in due, dove vince la parte cattiva. Per il resto non so cosa dirti, la storia è un mistero per me, anche quel "tu" che arriva di tanto in tanto non so chi sia o cosa sia. Non mi chiedere di riscriverla: è impossibile, non ci riuscirei mai e non voglio farlo: considero questo racconto un capitolo chiuso, anche perchè l'ho scritto dieci anni fa... Da un lato mi piacerebbe farlo, per capire cosa c'è sotto, ma non me la sento. Intanto sto cercando di scrivere L'intervista. Ciao
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francesco tacconi
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Oggetto del messaggio: Re: la faccia Inviato: martedì 24 novembre 2009, 15:41 |
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Iscritto il: giovedì 22 ottobre 2009, 12:47 Messaggi: 394
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isabella ha scritto: LA FACCIA
Mio Arlecchino, mio Avventuriero, mia Notte, mia felicità, mia passione. Marina Cvetaeva a Constantin Rodzevich
Ci sono state notti, amico mio, in cui i confini del lenzuolo si allargavano mostruosamente e inaspettatamente, in un modo così fluido e naturale che io non sapevo se nascondermi nella terra o manifestarmi, così senza nulla, a braccia nude, in tutto quel bianco… E accadeva che mi si porgesse qualcosa che era dolce come un sogno. Allora vedevo quanto ero bella e pensavo che c’eri tu, e che mi volevi fare un regalo. Ma oggi ho conosciuto lei, e ho paura di averti perduto. Non posso fare niente… devo restare ferma in questo letto, in questo buio. Non mi muoverei per nulla al mondo. Ho paura a respirare, ho paura a chiudere gli occhi, il mio cuore batte forte, lo sento dappertutto, sotto la mia pelle, ho paura che mi esca dal petto, sono debole… sono debole… Parlerò pianissimo, non mi farò scoprire. Ti racconterò tutto in un sussurro.
Ero contenta oggi, ero carina e frettolosa, tornando a casa. Mi guardavo nelle vetrine e alzavo il petto, respiravo un’aria freschissima e lieta, mi pareva di stare in un mondo bellissimo. Oh sì, scorrevo via come un’onda luccicante su un vetro tirato a lucido, il mio vestito si muoveva tutt’intorno a me… c’era il sole. Tu mi seguivi ma non ti nascondevi, mi guardavi come un grazioso fantasma che sorride, da vicino. Quando sono arrivata a casa, però, io non so… già da prima, salendo le scale, uno strano silenzio mi aveva in fretta raggiunta, e mi pesava sulla schiena. Ero stanca. Per un poco sono rimasta ferma davanti alla porta, non riuscivo ad allungare la mano verso la maniglia. Avevo paura. E poi mi sono accorta che la porta era solo accostata… ma si apriva… davanti a me, lentamente, da sola, e io dentro ho sentito un vuoto senza fine -non c’era nulla- un’assenza pesantissima, un suono pauroso… Sarei morta di dolore – entrando in casa, sulla soglia- se non avessi visto davanti a me, in un angolo sotto il davanzale della finestra, una strana figurina accartocciata che subito si rivelò, muovendosi, una donna. Mi stupì moltissimo… era in casa mia, era così piccola… e mi guardava con un sorriso stento, come se volesse scusarsi, e intanto veniva verso di me, così curva che la sua faccia si vedeva appena, immersa com’era in una strana ombra da lei stessa creata… era mostruosa, soprattutto per le labbra… così meschine, lisce come il ghiaccio. Io ho detto “chi sei?” e lei si è fermata in mezzo alla stanza, e portandosi le mani al petto con aria contrita ha detto: io? E intanto mi osservava con vuoti occhi, alzando faticosamente la faccia dal petto. La sua piccolezza mi sgomentava… immaginai le sue ossa, le vidi di vetro sottilissimo. Le avrei spezzato il collo con due dita. Ma poteva rompersi benissimo da sola, da un momento all’altro, in mille pezzi. Mi ha subito fatto schifo, l’avrei schiacciata. Lei però mi ha sorriso con una certa tenerezza, sembrava proprio una persona… e poi con quell’aria sulla faccia mi ha voltato le spalle ed è tornata nel suo angolo sotto il davanzale e si è accucciata su un cuscino morbidissimo, di piume. Lo so –gliel’ho preso dopo- è il più caldo cuscino che abbia mai avvolto la mia testa… lei fa sonni quieti, sorride, i suoi sogni sembrano fiabe… ma è una contapalle e sa solo spettegolare, non ha un filo di fantasia, non sa niente, il suo cervello non è niente… niente… comunque… all’improvviso ha cominciato a parlare… con un certo tono… come se raccontasse una favola, ma come se fosse vera… Non mi andava affatto, sotto la mia finestra. Neanche mi guardava. “Ti ho vista arrivare, da quassù” ha detto raggomitolandosi sul suo cuscino, “fissavi lo sguardo negli occhi delle persone che incrociavi, soprattutto uomini”. Io mi sono appoggiata alla porta, mi ci sono schiacciata sopra di schiena con le mani aperte. Ho detto “non è vero”, ma forse lei non ha sentito. La maniglia premeva contro la mia schiena, mi faceva male. Ho spinto ancora di più, con ancor più forza. Non sapevo cosa fare… Lei mi ha sorriso con benevolenza. “Oh, ma non è nulla… lo facevi solo incidentalmente, infatti subito distoglievi lo sguardo.” Poi ha chiuso gli occhi, ha sbadigliato, sussurrava… ha detto “e tornavi a guardare avanti in maniera manifesta… benché la tua faccia restasse sempre uguale, come se non vedessi nulla.” “Non potevi vedere la mia faccia, siamo troppo in alto” le ho detto io. Era proprio così, non poteva avermi vista, era assurdo quello che diceva. Lei sembrava dormire, ma invece si è mossa e si è appallottolata con la faccia verso il muro, tutta comoda, e con un filo di voce mi ha detto “io ci vedo benissimo.” E a quel punto ho visto che si era addormentata. Mi voltava le spalle come una bambina impertinente… dormiva della grossa, non gliene importava niente di me. Però, sai, era ancora giorno, e non mi sembrava poi così naturale quel suo assopimento… Il fatto è che non mi fidavo di lei. Ma potevo sempre approfittare del momento, potevo scendere dal custode e chiedergli com’è che era entrata quella donnetta, perché l’aveva lasciata passare, che faccia aveva… Ma come potevo lasciarla sola in casa? Che cosa avrebbe fatto? E poi, cosa mi avrebbe detto il custode? Sicuramente non l’aveva vista e non sapeva nulla di lei. Ma allora, che cosa potevo fare io? E lei… dormiva davvero o faceva finta? Dovevo vedere. Dovevo vedere la sua faccia, da vicino, adesso che lei non poteva vedere me. Allora mi sono avvicinata a lei, in punta di piedi, e all’improvviso ho visto una grossa borsa sotto il tavolo. Una borsa enorme per una donna così piccola: come ha fatto a portarla fin qua? Mi sono fermata, ho fatto per allungar la mano: volevo aprirla, morivo dalla voglia di vedere tutta la roba che c’era lì dentro. Ma avrei dovuto voltarle le spalle. La guardai e in due passi la raggiunsi e mi chinai sulla sua faccia. Dormiva. La piega della sua bocca me la mostrò come se fosse appena morta, tutta rattrappita dentro se stessa come per nascondersi. Un gelo feroce veniva dal suo misero aspetto. Mi fece orrore. La dovevo uccidere. Decisi subito di ucciderla. Avrei usato il coltello, l’avrei trapassata con un coltello da cucina. Si sarebbe spaccata in due. E in quel momento ha aperto gli occhi e mi ha vista. Era insonnolita, sorrideva stupita. “Perché mi guardi così? Che cosa ti ho fatto?” mi ha detto. Io non mi sono mossa. Ero sopra la sua faccia, ne guardavo ogni piega, con occhi pieni di forza rimiravo la sua bruttezza… ero enorme sopra di lei. Non le ho detto niente, e lei ha abbassato lo sguardo, stringendosi nelle spalle, ha mormorato “Io sono buona, sai, sono una donna mite, perfino timida…”. Cercava di farsi ben volere, quella bugiarda. La sua melensaggine m’infastidì a tal punto che dovetti subito allontanare la mia faccia dalla sua. Ma non potevo staccarle gli occhi di dosso, così la guardavo mentre si faceva sempre più piccola e intanto cercavo la sponda del tavolo, dietro di me, con la mano tesa, vacillavo. Ho fatto cadere una sedia, indietreggiando, e così subito l’ho afferrata ben stretta e mi sono buttata su di lei. Avevo una forza incredibile, forse ho gridato, ma non ho potuto menare il colpo. Lei si è coperta la testa con le braccia nude, piagnucolava. Tremava e scricchiolava come un vecchio burattino, un odore pietoso veniva dal suo corpo. Come una malata… voleva forse farmi pena? Mi colpì a tal punto che non ho potuto fare a meno di restare ferma con la sedia alzata su di lei… e guardarla… e poi ho rimesso la sedia a posto e mi sono seduta. Ero stanchissima, ho abbandonato braccia e testa sul tavolo. Non la guardavo neanche la donnetta, anzi, ho chiuso gli occhi. Sentivo che si muoveva nella stanza, l’ho sentita trafficare in cucina. Ascoltavo. Brevi passetti, rumore di tazze, ha fatto scorrere l’acqua… una vera massaia. Non sarei mai riuscita ad ucciderla. Era vero tutto questo? Ma no… forse sognavo? Eppure l’ho vista afferrare il coltello per la lama e sorridere con labbra vicine a spaccarsi. Mi ha mostrato i denti, mi ha immobilizzato con una nera occhiata e con un gesto sicuro, di una forza inaudita, mi ha strappato il coltello dalla mano, l’ha spaccato in due, ne ha gettato i pezzi a terra, si è messa a biascicare un’ossessiva cantilena, a voce alta, camminando su e giù per la stanza e battendo i piedi a terra tutta china e dondolante. Quanto si è lamentata! Mi rimbombava il cervello. Ma cosa è successo? Quanto è durato? Io non ricordo… Poi ho smesso di ascoltare, e quando ho aperto gli occhi la mia faccia affondava in un morbidissimo cuscino di piume che puzzava di selvatico, caldo come un nido. L’ho subito buttato per terra. Davanti a me, dall’altra parte del tavolo, c’era lei, accovacciata sulla sedia. Tra le mani teneva una tazza fumante. Il sole era tramontato, la stanza era in penombra. Ma ho visto bene i suoi nerissimi occhi alzarsi dalla tazza e fissarsi nei miei. “Non è bello quello che hai fatto, davvero. Stavi quasi per prendermi, con quel coltello” ha detto. Ha bevuto tutto, e poi ha sorriso mestamente e posando la tazza sul tavolo ha mormorato “solo per il mio aspetto, che t’intristisce tanto…” “Sei brutta” le ho detto io, “non posso sopportare quella tua faccia”. Mi batteva il cuore, sai? Forse mi tremava la voce. Ma gliel’ho detto lo stesso. “E tu allora? Come puoi sopportare la tua?”. Ha detto così e poi è rimasta a guardarmi, con un’aria come se si aspettasse che io le rispondessi. Che domanda assurda… io sono bella. Lei si guardava le mani, ora, sembrava distratta. “Ma poi, in fondo, la tua faccia è sempre la stessa”. Parlava con un tono di noncuranza, era odiosa. “Seppure anche la tua invecchi, prima o poi tu stessa te ne dovrai accorgere, guardandoti allo specchio… sempre la stessa faccia, guardata per anni, troppo, e per giunta sempre più vecchia”. A questo punto mi ha guardata tutta sorridente e ha detto “non pensi che sarebbe penoso riflettere su ciò?”, e poi è scesa dalla sedia –è scivolata giù- e si è infilata sotto il tavolo. Potevo darle un calcio in faccia, su quella bocca. Invece mi sono piegata per vedere cosa stava facendo. Aveva preso la borsa con tutte e due le mani e la trascinava fuori lentamente, con grande fatica, camminando all’indietro. “Dove vai?” ho gridato. “In bagno”. “Ecco, brava, guardati allo specchio e poi dimmi come ti senti tu”, le ho detto io, e poi sono scoppiata a ridere forte. Anche lei si è messa a ridere. Ha lasciato la borsa, si è coperta la bocca con le mani. Si ritraeva, nascondeva la faccia. Sembrava proprio allegra. Ha sussurrato “ma quando mi guardo allo specchio… io non penso alla bellezza”, e senza badare a me ha ripreso a trascinare la sua borsa, fino alla porta del bagno. “Penso ad altre cose” ha detto. Poi ha aperto la porta e ha spinto dentro la borsa, e io le ho chiesto “quali cose?” Ma lei è entrata in bagno e si è chiusa la porta alle spalle, l’ha chiusa a chiave. Non mi ha risposto. Sono rimasta da sola, nell’ombra. C’era un silenzio… Mi sono chiesta cosa ci fosse di strano nella stanza, ho guardato intorno, dentro tutti gli angoli. Le cose erano diverse, ma non saprei dirti… Però non mi sono realmente stupita: me l’aspettavo. Il letto, appunto, mi sembrò più piccolo, come un giaciglio. In fondo, tutto poteva essere previsto. Mi ricordo che a quel punto… che strano, mi viene in mente solo ora… a quel punto ho tirato su le gambe –contro il petto, per raccogliermi- mi sono accovacciata sulla sedia come lei. Mi sentivo tranquilla, mi accarezzavo le ginocchia, le mie mani erano lente e leggerissime, scendevano fino al collo del piede. Gustavo la mia pelle. E all’improvviso ho sentito quanto grande fosse il silenzio.
Nessun rumore veniva dal bagno, e da molto. Era quasi buio. Molto lentamente mi sono alzata dalla sedia… lei si stava guardando allo specchio, ne ero sicura, volevo vedere la sua faccia che si guardava. Ma proprio mentre m’inginocchiavo a terra e posavo le mani sulla porta ho sentito un rumore molto strano venire da dentro, come di ferraglia pesante, ma che si rompeva. Allora ho subito guardato nel buco della serratura e l’ho vista china sopra la sua borsa, con le braccia e la testa affondate dentro… armeggiava, scavava, cercava qualcosa. Aveva un sacco di energia e scarni polpacci violacei, per nulla flaccidi. Si agitava sulle punte dei piedi, piccola piccola, dentro la sua grande borsa. La sua schiena era attraversata da una lunga incrinatura… o forse era gobba, forse spuntoni di ghiaccio si rincorrevano fra le sue scapole… cos’è che le si annida dentro? Poi di colpo si è fermata ed è venuta verso di me, arrabbiata. Arrivava veloce… Ha spalancato la porta prima che potessi alzarmi. Eravamo faccia a faccia. “Sei tutta sudata, lavati!” mi ha detto. Si è scansata, per farmi entrare. Ma restava sulla soglia, a guardarmi, mentre io ero ferma in mezzo al bagno. “Cosa c’è?” le ho chiesto. Devo esserle apparsa molto seccata. “Sii gentile” ha mormorato lei, “mettimi fuori la borsa, che per me è troppo pesante”. Ha giunto le mani e mi ha guardata sorridente e tremante, con la testa china, mentre io prendevo la borsa. Era pesantissima, ma gliela passai in fretta, ce la misi tutta. Ha continuato a guardarmi in quel modo fino a che non le ho chiuso la porta in faccia. Ho chiuso a chiave, naturalmente, ho controllato che fosse chiuso. La luce era fortissima. Ho guardato in alto… era bianchissima e abbagliante. Ho chiuso forte gli occhi e ho schiacciato l’orecchio sulla porta… i canali nella mia testa erano enormi, lunghissimi, insidiosi. Misteriosamente… la porta viaggiava, come un fluido spesso che si arrotola giù in tortuose palpitanti strade, così sensibili… mi scoppiava il cervello. Eppure non sentivo alcun rumore, come se non ci fosse nessuno, ma proprio nessuno, dall’altra parte, oltre la porta. Così ho guardato nello specchio, ma non mi sono vista subito, tanto la mia faccia era immobile. Poi ho visto che ero bella e spaventata… ero pallidissima, i miei occhi sembravano enormi. Puzzavo. Aveva ragione, quella bastarda. Ho aperto l’acqua nella vasca e mi sono spogliata. Ero bella… ero bellissima… mentre la vasca si riempiva non ho fatto che guardarmi… nell’acqua sono scesa a precipizio, ho immerso la testa, sono scesa in un oceano profondo e caldissimo e tu sei tornato da me. Ho baciato le tue labbra, erano morbide come quelle di un bambino. Non respiravo, come una sirena potevo vivere sott'acqua. I tuoi capelli mi accarezzavano il collo. E in quel momento un suono pauroso come da un abisso mi ha raggiunta, mi ha travolta… e si ripeteva lento e profondo e sempre più grande. Ho avuto una paura terribile, sono scappata via, all'improvviso dovevo respirare. C’era lei, quella donnetta, dietro la porta, e muoveva la maniglia dando colpi secchi, voleva entrare. Io ho gridato più forte che potevo, ho gridato “vattene bastarda!” e la maniglia si è fermata, per un poco, mentre uscivo dalla vasca, e poi l’ho sentita che armeggiava con qualcosa nella serratura e subito dopo è entrata, così, all’improvviso, me la sono vista davanti, tutta severa che sembrava quasi essersi raddrizzata e mi ha detto che c’ero stata troppo in bagno ed era ora di andare a dormire e che lei aveva già preparato il letto e mi ha mostrato un piccolo gancio arrugginito che stringeva tra le dita. Ero nuda davanti a lei, ero china e gocciolante in mezzo al bagno, tremavo, non le ho detto nulla.
Adesso lei è qui con me. Si sta preparando per la notte, quella troia, nel mio letto. Non so se dorme. Forse non ha chiuso gli occhi. Non voglio guardarla. Ho paura, sai? Tanta. Amico… amico mio che ne sarà di noi? Ecco, mi tocca. I suoi piedi sono gelidi come il ferro, mi fanno male. Ho sistemato cose minori senza lasciare segno mentre altre le ho evidenziate. Se una cosa del genere fosse mia la porterei avanti dopo aver rivisto Strade perdute, Mullholland drive e Inland Empire. Potrei cominciare a parlare dei conigli, o dei gatti per non fare proprio come Lynch. Potrei dirti di come ho cominciato a camminare sul soffitto per colpa sua e di come mentre lo facevo i miei irrompessero nella stanza per rimproverarmi e coprirmi di ridicolo davanti a ospiti che si materializzavano improvvisamente dal nulla. Potrei dirti che mi lavavo i piedi usando lo sciacquone del water e che poi li asciugavo mettendomi seduto sulla finestra del bagno, con le gambe di fuori, anche se era inverno. E di come mi piaceva sentire il freddo tra le gambe, nel perineo e sul pube. Potrei dirti che mentre lo facevo in cucina una classe delle differenziali faceva ricreazione. Potrei dirti tutte queste cose e altre se fosse mio. Ma è tuo e non so cosa ne vuoi fare adesso.
_________________ I love You, but I've chosen darkness
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isabella
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Oggetto del messaggio: Re: la faccia Inviato: mercoledì 25 novembre 2009, 9:55 |
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Iscritto il: venerdì 23 ottobre 2009, 16:55 Messaggi: 54
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LA FACCIA
Mio Arlecchino, mio Avventuriero, mia Notte, mia felicità, mia passione. Marina Cvetaeva a Constantin Rodzevich
Ci sono state notti, amico mio, in cui i confini del lenzuolo si allargavano mostruosamente e inaspettatamente, in un modo così fluido e naturale che io non sapevo se nascondermi nella terra o manifestarmi, così senza nulla, a braccia nude, in tutto quel bianco… E accadeva che mi si porgesse qualcosa che era dolce come un sogno. Allora vedevo quanto ero bella e pensavo che c’eri tu, e che mi volevi fare un regalo. Ma oggi ho conosciuto lei, e ho paura di averti perduto. Non posso fare niente… devo restare ferma in questo letto, in questo buio. Non mi muoverei per nulla al mondo. Ho paura a respirare, ho paura a chiudere gli occhi, il mio cuore batte forte, lo sento dappertutto, sotto la mia pelle, ho paura che mi esca dal petto, sono debole… sono debole… Parlerò pianissimo, non mi farò scoprire. Ti racconterò tutto in un sussurro.
Ero contenta oggi, ero carina e frettolosa, tornando a casa. Mi guardavo nelle vetrine e alzavo il petto, respiravo un’aria freschissima e lieta, mi pareva di stare in un mondo bellissimo. Oh sì, scorrevo via come un’onda luccicante su un vetro tirato a lucido, il mio vestito si muoveva tutt’intorno a me… c’era il sole. Tu mi seguivi ma non ti nascondevi, mi guardavi come un grazioso fantasma che sorride, da vicino. Quando sono arrivata a casa, però, io non so… già da prima, salendo le scale, uno strano silenzio mi aveva in fretta raggiunta, e mi pesava sulla schiena. Ero stanca. Per un poco sono rimasta ferma davanti alla porta, non riuscivo ad allungare la mano verso la maniglia. Avevo paura. E poi mi sono accorta che la porta era solo accostata… ma si apriva… davanti a me, lentamente, da sola, e io dentro ho sentito un vuoto senza fine -non c’era nulla- un’assenza pesantissima, un suono pauroso… Sarei morta di dolore – entrando in casa, sulla soglia- se non avessi visto davanti a me, in un angolo sotto il davanzale della finestra, una strana figurina accartocciata che subito si rivelò, muovendosi, una donna. Mi stupì moltissimo… era in casa mia, era così piccola… e mi guardava con un sorriso stento, come se volesse scusarsi, e intanto veniva verso di me, così curva che la sua faccia si vedeva appena, immersa com’era in una strana ombra da lei stessa creata… era mostruosa, soprattutto per le labbra… così meschine, lisce come il ghiaccio. Io ho detto “chi sei?” e lei si è fermata in mezzo alla stanza, e portandosi le mani al petto con aria contrita ha detto: io? E intanto mi osservava con vuoti occhi, alzando faticosamente la faccia dal petto. La sua piccolezza mi sgomentava… immaginai le sue ossa, le vidi di vetro sottilissimo. Le avrei spezzato il collo con due dita. Ma poteva rompersi benissimo da sola, da un momento all’altro, in mille pezzi. Mi ha subito fatto schifo, l’avrei schiacciata. Lei però mi ha sorriso con una certa tenerezza, sembrava proprio una persona… e poi con quell’aria sulla faccia mi ha voltato le spalle ed è tornata nel suo angolo sotto il davanzale e si è accucciata su un cuscino morbidissimo, di piume. Lo so –gliel’ho preso dopo- è il più caldo cuscino che abbia mai avvolto la mia testa… lei fa sonni quieti, sorride, i suoi sogni sembrano fiabe… ma è una contapalle e sa solo spettegolare, non ha un filo di fantasia, non sa niente, il suo cervello non è niente… niente… comunque… all’improvviso ha cominciato a parlare… con un certo tono… come se raccontasse una favola, ma come se fosse vera… Non mi andava affatto, sotto la mia finestra. Neanche mi guardava. “Ti ho vista arrivare, da quassù” ha detto raggomitolandosi sul suo cuscino, “fissavi lo sguardo negli occhi delle persone che incrociavi, soprattutto uomini”. Io mi sono appoggiata alla porta, mi ci sono schiacciata sopra di schiena con le mani aperte. Ho detto “non è vero”, ma forse lei non ha sentito. La maniglia premeva contro la mia schiena, mi faceva male. Ho spinto ancora di più, con ancor più forza. Non sapevo cosa fare… Lei mi ha sorriso con benevolenza. “Oh, ma non è nulla… lo facevi solo incidentalmente, infatti subito distoglievi lo sguardo.” Poi ha chiuso gli occhi, ha sbadigliato, sussurrava… ha detto “e tornavi a guardare avanti in maniera manifesta… benché la tua faccia restasse sempre uguale, come se non vedessi nulla.” “Non potevi vedere la mia faccia, siamo troppo in alto” le ho detto io. Era proprio così, non poteva avermi vista, era assurdo quello che diceva. Lei sembrava dormire, ma invece si è mossa e si è appallottolata con la faccia verso il muro, tutta comoda, e con un filo di voce mi ha detto “io ci vedo benissimo.” E a quel punto ho visto che si era addormentata. Mi voltava le spalle come una bambina impertinente… dormiva della grossa, non gliene importava niente di me. Però, sai, era ancora giorno, e non mi sembrava poi così naturale quel suo assopimento… Il fatto è che non mi fidavo di lei. Ma potevo sempre approfittare del momento, potevo scendere dal custode e chiedergli com’è che era entrata quella donnetta, perché l’aveva lasciata passare, che faccia aveva… Ma come potevo lasciarla sola in casa? Che cosa avrebbe fatto? E poi, cosa mi avrebbe detto il custode? Sicuramente non l’aveva vista e non sapeva nulla di lei. Ma allora, che cosa potevo fare io? E lei… dormiva davvero o faceva finta? Dovevo vedere. Dovevo vedere la sua faccia, da vicino, adesso che lei non poteva vedere me. Allora mi sono avvicinata a lei, in punta di piedi, e all’improvviso ho visto una grossa borsa sotto il tavolo. Una borsa enorme per una donna così piccola: come ha fatto a portarla fin qua? Mi sono fermata, ho fatto per allungar la mano: volevo aprirla, morivo dalla voglia di vedere tutta la roba che c’era lì dentro. Ma avrei dovuto voltarle le spalle. La guardai e in due passi la raggiunsi e mi chinai sulla sua faccia. Dormiva. La piega della sua bocca me la mostrò come se fosse appena morta, tutta rattrappita dentro se stessa come per nascondersi. Un gelo feroce veniva dal suo misero aspetto. Mi fece orrore. La dovevo uccidere. Decisi subito di ucciderla. Avrei usato il coltello, l’avrei trapassata con un coltello da cucina. Si sarebbe spaccata in due. E in quel momento ha aperto gli occhi e mi ha vista. Era insonnolita, sorrideva stupita. “Perché mi guardi così? Che cosa ti ho fatto?” mi ha detto. Io non mi sono mossa. Ero sopra la sua faccia, ne guardavo ogni piega, con occhi pieni di forza rimiravo la sua bruttezza… ero enorme sopra di lei. Non le ho detto niente, e lei ha abbassato lo sguardo, stringendosi nelle spalle, ha mormorato “Io sono buona, sai, sono una donna mite, perfino timida…”. Cercava di farsi ben volere, quella bugiarda. La sua melensaggine m’infastidì a tal punto che dovetti subito allontanare la mia faccia dalla sua. Ma non potevo staccarle gli occhi di dosso, così la guardavo mentre si faceva sempre più piccola e intanto cercavo la sponda del tavolo, dietro di me, con la mano tesa, vacillavo. Ho fatto cadere una sedia, indietreggiando, e così subito l’ho afferrata ben stretta e mi sono buttata su di lei. Avevo una forza incredibile, forse ho gridato, ma non ho potuto menare il colpo. Lei si è coperta la testa con le braccia nude, piagnucolava. Tremava e scricchiolava come un vecchio burattino, un odore pietoso veniva dal suo corpo. Come una malata… voleva forse farmi pena? Mi colpì a tal punto che non ho potuto fare a meno di restare ferma con la sedia alzata su di lei… e guardarla… e poi ho rimesso la sedia a posto e mi sono seduta. Ero stanchissima, ho abbandonato braccia e testa sul tavolo. Non la guardavo neanche la donnetta, anzi, ho chiuso gli occhi. Sentivo che si muoveva nella stanza, l’ho sentita trafficare in cucina. Ascoltavo. Brevi passetti, rumore di tazze, ha fatto scorrere l’acqua… una vera massaia. Non sarei mai riuscita ad ucciderla. Era vero tutto questo? Ma no… forse sognavo? Eppure l’ho vista afferrare il coltello per la lama e sorridere con labbra vicine a spaccarsi. Mi ha mostrato i denti, mi ha immobilizzato con una nera occhiata e con un gesto sicuro, di una forza inaudita, mi ha strappato il coltello dalla mano, l’ha spaccato in due, ne ha gettato i pezzi a terra, si è messa a biascicare un’ossessiva cantilena, a voce alta, camminando su e giù per la stanza e battendo i piedi a terra tutta china e dondolante. Quanto si è lamentata! Mi rimbombava il cervello. Ma cosa è successo? Quanto è durato? Io non ricordo… Poi ho smesso di ascoltare, e quando ho aperto gli occhi la mia faccia affondava in un morbidissimo cuscino di piume che puzzava di selvatico, caldo come un nido. L’ho subito buttato per terra. Davanti a me, dall’altra parte del tavolo, c’era lei, accovacciata sulla sedia. Tra le mani teneva una tazza fumante. Il sole era tramontato, la stanza era in penombra. Ma ho visto bene i suoi nerissimi occhi alzarsi dalla tazza e fissarsi nei miei. “Non è bello quello che hai fatto, davvero. Stavi quasi per prendermi, con quel coltello” ha detto. Ha bevuto tutto, e poi ha sorriso mestamente e posando la tazza sul tavolo ha mormorato “solo per il mio aspetto, che t’intristisce tanto…” “Sei brutta” le ho detto io, “non posso sopportare quella tua faccia”. Mi batteva il cuore, sai? Forse mi tremava la voce. Ma gliel’ho detto lo stesso. “E tu allora? Come puoi sopportare la tua?”. Ha detto così e poi è rimasta a guardarmi, con un’aria come se si aspettasse che io le rispondessi. Che domanda assurda… io sono bella. Lei si guardava le mani, ora, sembrava distratta. “Ma poi, in fondo, la tua faccia è sempre la stessa”. Parlava con un tono di noncuranza, era odiosa. “Seppure anche la tua invecchi, prima o poi tu stessa te ne dovrai accorgere, guardandoti allo specchio… sempre la stessa faccia, guardata per anni, troppo, e per giunta sempre più vecchia”. A questo punto mi ha guardata tutta sorridente e ha detto “non pensi che sarebbe penoso riflettere su ciò?”, e poi è scesa dalla sedia –è scivolata giù- e si è infilata sotto il tavolo. Potevo darle un calcio in faccia, su quella bocca. Invece mi sono piegata per vedere cosa stava facendo. Aveva preso la borsa con tutte e due le mani e la trascinava fuori lentamente, con grande fatica, camminando all’indietro. “Dove vai?” ho gridato. “In bagno”. “Ecco, brava, guardati allo specchio e poi dimmi come ti senti tu”, le ho detto io, e poi sono scoppiata a ridere forte. Anche lei si è messa a ridere. Ha lasciato la borsa, si è coperta la bocca con le mani. Si ritraeva, nascondeva la faccia. Sembrava proprio allegra. Ha sussurrato “ma quando mi guardo allo specchio… io non penso alla bellezza”, e senza badare a me ha ripreso a trascinare la sua borsa, fino alla porta del bagno. “Penso ad altre cose” ha detto. Poi ha aperto la porta e ha spinto dentro la borsa, e io le ho chiesto “quali cose?” Ma lei è entrata in bagno e si è chiusa la porta alle spalle, l’ha chiusa a chiave. Non mi ha risposto. Sono rimasta da sola, nell’ombra. C’era un silenzio… Mi sono chiesta cosa ci fosse di strano nella stanza, ho guardato intorno, dentro tutti gli angoli. Le cose erano diverse, ma non saprei dirti… Però non mi sono realmente stupita: me l’aspettavo. Il letto, appunto, mi sembrò più piccolo, come un giaciglio. In fondo, tutto poteva essere previsto. Mi ricordo che a quel punto… che strano, mi viene in mente solo ora… a quel punto ho tirato su le gambe –contro il petto, per raccogliermi- mi sono accovacciata sulla sedia come lei. Mi sentivo tranquilla, mi accarezzavo le ginocchia, le mie mani erano lente e leggerissime, scendevano fino al collo del piede. Gustavo la mia pelle. E all’improvviso ho sentito quanto grande fosse il silenzio.
Nessun rumore veniva dal bagno, e da molto. Era quasi buio. Molto lentamente mi sono alzata dalla sedia… lei si stava guardando allo specchio, ne ero sicura, volevo vedere la sua faccia che si guardava. Ma proprio mentre m’inginocchiavo a terra e posavo le mani sulla porta ho sentito un rumore molto strano venire da dentro, come di ferraglia pesante, ma che si rompeva. Allora ho subito guardato nel buco della serratura e l’ho vista china sopra la sua borsa, con le braccia e la testa affondate dentro… armeggiava, scavava, cercava qualcosa. Aveva un sacco di energia e scarni polpacci violacei, per nulla flaccidi. Si agitava sulle punte dei piedi, piccola piccola, dentro la sua grande borsa. La sua schiena era attraversata da una lunga incrinatura… o forse era gobba, forse spuntoni di ghiaccio si rincorrevano fra le sue scapole… cos’è che le si annida dentro? Poi di colpo si è fermata ed è venuta verso di me, arrabbiata. Arrivava veloce… Ha spalancato la porta prima che potessi alzarmi. Eravamo faccia a faccia. “Sei tutta sudata, lavati!” mi ha detto. Si è scansata, per farmi entrare. Ma restava sulla soglia, a guardarmi, mentre io ero ferma in mezzo al bagno. “Cosa c’è?” le ho chiesto. Devo esserle apparsa molto seccata. “Sii gentile” ha mormorato lei, “mettimi fuori la borsa, che per me è troppo pesante”. Ha giunto le mani e mi ha guardata sorridente e tremante, con la testa china, mentre io prendevo la borsa. Era pesantissima, ma gliela passai in fretta, ce la misi tutta. Ha continuato a guardarmi in quel modo fino a che non le ho chiuso la porta in faccia. Ho chiuso a chiave, naturalmente, ho controllato che fosse chiuso. La luce era fortissima. Ho guardato in alto… era bianchissima e abbagliante. Ho chiuso forte gli occhi e ho schiacciato l’orecchio sulla porta… i canali nella mia testa erano enormi, lunghissimi, insidiosi. Misteriosamente… la porta viaggiava, come un fluido spesso che si arrotola giù in tortuose palpitanti strade, così sensibili… mi scoppiava il cervello. Eppure non sentivo alcun rumore, come se non ci fosse nessuno, ma proprio nessuno, dall’altra parte, oltre la porta. Così ho guardato nello specchio, ma non mi sono vista subito, tanto la mia faccia era immobile. Poi ho visto che ero bella e spaventata… ero pallidissima, i miei occhi sembravano enormi. Puzzavo. Aveva ragione, quella bastarda. Ho aperto l’acqua nella vasca e mi sono spogliata. Ero bella… ero bellissima… mentre la vasca si riempiva non ho fatto che guardarmi… nell’acqua sono scesa a precipizio, ho immerso la testa, sono scesa in un oceano profondo e caldissimo e tu sei tornato da me. Ho baciato le tue labbra, erano morbide come quelle di un bambino. Non respiravo, come una sirena potevo vivere sott'acqua. I tuoi capelli mi accarezzavano il collo. E in quel momento un suono pauroso come da un abisso mi ha raggiunta, mi ha travolta… e si ripeteva lento e profondo e sempre più grande. Ho avuto una paura terribile, sono scappata via, all'improvviso dovevo respirare. C’era lei, quella donnetta, dietro la porta, e muoveva la maniglia dando colpi secchi, voleva entrare. Io ho gridato più forte che potevo, ho gridato “vattene bastarda!” e la maniglia si è fermata, per un poco, mentre uscivo dalla vasca, e poi l’ho sentita che armeggiava con qualcosa nella serratura e subito dopo è entrata, così, all’improvviso, me la sono vista davanti, tutta severa che sembrava quasi essersi raddrizzata e mi ha detto che c’ero stata troppo in bagno ed era ora di andare a dormire e che lei aveva già preparato il letto e mi ha mostrato un piccolo gancio arrugginito che stringeva tra le dita. Ero nuda davanti a lei, ero china e gocciolante in mezzo al bagno, tremavo, non le ho detto nulla.
Adesso lei è qui con me. Si sta preparando per la notte, quella troia, nel mio letto. Non so se dorme. Forse non ha chiuso gli occhi. Non voglio guardarla. Ho paura, sai? Tanta. Amico… amico mio che ne sarà di noi? Ecco, mi tocca. I suoi piedi sono gelidi come il ferro, mi fanno male.
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isabella
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Oggetto del messaggio: Re: la faccia Inviato: mercoledì 25 novembre 2009, 10:03 |
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Iscritto il: venerdì 23 ottobre 2009, 16:55 Messaggi: 54
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Grazie per le correzioni, ci volevano. Certo che se Linch ti fa questo effetto, mi sa che devo andare a rivedermi qualche suo film... Anch'io voglio farmi asciugare le gambe al vento... Cosa fare di questo racconto? Entrerà nella casella dei fossili, come tanti altri... Ma adesso basta vecchie storie, voglio scriverne di nuove. Come giustamente hai detto tu, sarà dura...
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chiara
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Oggetto del messaggio: Re: la faccia Inviato: venerdì 12 marzo 2010, 15:12 |
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Non sapevo neanche esistesse questo racconto. Me l'ha fatto scoprire susie. Che flash. Che roba.
"Mio Arlecchino, mio Avventuriero, mia Notte, mia felicità, mia passione. Ora andrò a letto e ti prenderò con me. Dapprima sarà così: la mia testa sulla tua spalla, tu dici qualcosa, ridi. Porto la tua mano valle labbra – la ritrai – non la ritrai più – le tue labbra sulle mie labbra, aderire profondo, e penetrare – la risata si spegne, finiscono le parole e – più vicino, più in profondità ,più in tepore , più in tenerezza – e l’ormai intollerabile dolcezza che tu sai prolungare in modo così splendido, esperto. Leggi e rammenta. Chiudi gli occhi e ricorda. La tua mano sul mio seno – ricorda. Le labbra che mi sfiorano … Caro… E poi riderai, e parlerai, e ti addormenterai, e quando di notte ti bacerò nel sonno, ti tenderai subito e teneramente verso me, anche se non aprirai gli occhi." M.
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