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Max
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Oggetto del messaggio: Solo un sax da sezione. Inviato: domenica 24 gennaio 2010, 17:07 |
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Iscritto il: domenica 22 novembre 2009, 14:14 Messaggi: 183
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Sabato. Finalmente. Ma sono teso, la trasformazione deve ancora attendere. Abbiamo preparato gli strumenti, provato l’amplificazione. Siamo andati a cena nel ristorante vicino alla balera. Anche a tavola non sono a mio agio; il fatto di essere il più giovane, il liceale secchione tutto latino e fisica, non aiuta certo la mia socializzazione. Ermanno e Diego, i belli, i fighi, gli universitari (che non danno esami) più che altro mi prendono per il culo. Pietro, Jax e Andrea, i lavoratori, mi sembrano abitanti di un altro mondo; Andrea poi deve avere venticinque anni o più, non glielo chiedo per discrezione. L’unico con cui mi trovo è il mio grande amico Beppe, allampanato, stravagante, vagamente disprezzato perché non è nemmeno liceale: studia alla Scuola d’Arte. Con lui un discorso non è mai banale, anzi spesso è assurdo; naturalmente a cena eravamo vicini. Ma un solo vero amico non basta: spesso guardo i miei compagni e mi chiedo come facciamo, così diversi e distanti, a diventare sul palco gli organi di un solo corpo. Parliamoci chiaro: alcuni di loro mi sono positivamente antipatici, e so che il sentimento è ricambiato; eppure fra pochi minuti ci avvinghieremo in un’orgia musicale. Siamo sul palco, vestiti tutti uguali. Le luci sono basse, c’e` musica di sottofondo, ci sono già parecchie persone sedute ai tavoli. Pietro dà il la a Beppe e Andrea; il suono della sua tastiera è un po’ racchio: mica possiamo permetterci un Hammond come i nostri amici Blahh. Io scaldo il mio sassofono suonando piano Take five e Lullaby of Birdland; Jax scalda il suo ma non ho mai capito che cosa suoni. Meglio scaldare per bene: intonare uno strumento freddo è da cretini. Jax e Max i due sax: che razza di nomi scemi ci siamo dati, ma ci piacciono. Sento salire la tensione; ho il respiro veloce, le mani fredde; ho bisogno fisico di suonare; o forse solo di esibirmi? O tutt’e due? Sarà così l’astinenza da droga? La magia che tirerà fuori Hyde da me è nelle mani di Diego: basteranno quattro colpi delle sue bacchette. Eccolo lì che sistema tamburi e piatti con precisione millimetrica; com’è possibile che quel fighetto possa picchiare il suo strumento con la violenza degna del Rythm and Blues? Là davanti Ermanno sta già intortando due ragazze; due, porco mondo! Potrebbe invece preparare il borderò per la SIAE, no? La musica in sala cambia. Il gestore vuol fare discoteca mentre ci prepariamo e ha messo su l’ultimo di James Brown. Vaffanculo: si lamenta perché in repertorio abbiamo poco o niente in italiano, poi mette questo pezzo? Ermanno interrompe il suo intorto, si volta e sorride: - Glielo diamo noi James Brown! – Va là, stavolta la sua sicurezza mi conforta invece d’irritarmi. Intanto però quattro coppie sono già scese in pista. Il Rythm and Blues è l’ultima moda e in città sono pochi i complessi con una sezione di fiati, anche piccola come la nostra: ci sono i Diavoli Neri, i Blahh e noi Onibaba; oltre a quelli del liscio, naturalmente, ma non contano. Jax e io andiamo da Pietro: noi preferiamo farci dare un fa (che per noi tenori è un sol). Meglio essere molto precisi: il primo pezzo, Hold on I’m coming, lo attacchiamo noi all’unisono, e cominciare con un battimento farebbe proprio cagare. Eccoci. Schierati. Ultimi aggiustamenti. Nervosamente, faccio delle scale a vuoto, solo con le dita; inumidisco ancora la mia ancia Ricoh n.3, ne sento il sapore legnoso; ma è già umida; stringo una volta di più le chiavette della fascia porta-ancia; ma sono già strette. Ermanno fa un cenno al gestore; la musica sfuma e siamo inondati dalla luce. Ermanno al microfono spara le sue cazzate di benvenuto. Ci siamo, sto per nascere. Diego dà il tempo con le bacchette e, piano, a voce: - .. three, four – Finalmente. Dal nulla a una tempesta di suono. Quattro frasi uguali, con il tappeto di tastiera e chitarra, mentre Diego picchia come un ossesso. Quattro frasi all’unisono, mentre Beppe martella col basso arpeggiando, una sola nota per ogni frase. Ermanno entra; non ha certo una voce negra, ma è potente. Ed ecco, dal buio si riversa in pista una fiumana di gente. Ci siamo. Non ci ferma più nessuno! Battere levare battere levare: se mai avrò un figlio sarà la prima cosa che gli insegnerò. Godo, fisicamente, quando sul battere scendo sul si grave: il mio tenore vibra come un baritono. Sul levare Jax e io squilliamo in alto, staccati di una terza, perfettamente sincroni col rullante di Diego e la chitarra di Andrea. Mi piace buttare un’occhiata alla spia, l’altoparlante rivolto verso di noi: vedo la membrana vibrare violentemente ad ogni nostra nota. Dietro abbiamo l’amplificatore di Beppe; sono io che voglio mettermi lì e non davanti alla chitarra: amo farmi scuotere pancia e coglioni dal suo basso. Esiste solo la musica. L’universo si è contratto attorno a noi, palco e pista. Il basso di Beppe, ieratico, assoluto, riempie il vuoto interstellare. Non occorre contare: l’ottava battuta è conclusiva, logica, inesorabile, bellissima come la tesi di un teorema. Rulla, Diego, rulla: portaci al prossimo giro! Mi sembra che le mie dita vadano da sole, che sia tutto il gruppo a comandarle, non io. Il suono del mio sax è dappertutto dentro di me: lo sento risuonare nei polmoni, fa vibrare le mie mani e le mie braccia; mi sembra la mia stessa voce. Da una parte il suono è mio, dall’altra è solo una parte del tutto; il gruppo è un unico strumento, il nostro sound permea ogni cosa; è spazio, è tempo, è sesso. Come al solito guardo nel vuoto, guardo la musica stessa. Ma ci sono passaggi in cui scambio un’occhiata con Jax; noi due, così diversi, ora siamo gemelli, siamo siamesi, siamo un unico Roland Kirk che suona un bicordo. Si avvicina un appuntamento; so che fra poco Andrea guarderà verso di noi; non per necessità ma per piacere. Ecco, la sua chitarra prepara la modulazione; anche la tastiera di Pietro, naturalmente, ma è dietro e non lo vedo. Eccoli, gli accordi che ci transitano un tono più su. Andrea ci guarda sorridendo, mentre i nostri sax, in terza, lo accompagnano. La modulazione è un trucco vecchio come la musica; ma funziona. Ermanno ci raggiunge nella nuova tonalità, e subito un’onda, un fremito percorre la pista. La gente balla, si lascia trascinare; mi sembra quasi di muoverli io stesso, come marionette. Il finale. Un’ulteriore scarica di adrenalina. Ermanno si volta verso di noi sudato, tirato. Sulla pista i ragazzi sembrano centometristi dopo il traguardo. Ma noi non perdoniamo, non li lasciamo certo riposare. Col cazzo non ho ancora mai chiavato, ma col sax li stupro tutti, uomini e donne. Guardo Diego: i piatti vibrano ancora e gli sfarfallano attorno luce e suono, mentre batte le bacchette e, questa volta, grida – … three, four! – - I feel good! – urla Ermanno nel suo Shure appena comprato. E noi sax rispondiamo. E il ballo ricomincia, frenetico. Ho anche le mie due battute soliste; niente di mio, ho copiato dal disco. Io sono solo un sax da sezione, ma noi siamo gli Onibaba, e suoniamo da dio! 
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DANIELA
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: domenica 24 gennaio 2010, 21:06 |
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Iscritto il: domenica 1 novembre 2009, 9:41 Messaggi: 244 Località: roma
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capsicum
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: domenica 24 gennaio 2010, 22:04 |
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Iscritto il: domenica 29 novembre 2009, 20:00 Messaggi: 145
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Max
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: domenica 24 gennaio 2010, 22:47 |
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Iscritto il: domenica 22 novembre 2009, 14:14 Messaggi: 183
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 Grazie Caps! Noi pero` mettevamo i fiati anche nella strofa (parte cantata iniziale): mica potevamo stare li` a far ballonzolare i sax in mano...
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francesco tacconi
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: lunedì 25 gennaio 2010, 10:38 |
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| Site Admin |
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Iscritto il: giovedì 22 ottobre 2009, 12:47 Messaggi: 394
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Max ha scritto: Sabato. Finalmente. Ma sono teso, la trasformazione deve ancora attendere. Abbiamo preparato gli strumenti, provato l’amplificazione. Siamo andati a cena nel ristorante vicino alla balera. Anche a tavola non sono a mio agio; il fatto di essere il più giovane, il liceale secchione tutto latino e fisica, non mi aiuta certo a socializzare. Ermanno e Diego, i belli, i fighi, gli universitari (che non danno esami) più che altro mi prendono per il culo. Pietro, Jax e Andrea, i lavoratori, mi sembrano abitanti di un altro mondo; Andrea poi deve avere venticinque anni o più, non glielo chiedo per discrezione. L’unico con cui mi trovo è il mio grande amico Beppe, allampanato, stravagante, vagamente disprezzato perché non è nemmeno liceale: studia alla Scuola d’Arte. Con lui un discorso non è mai banale, anzi spesso è assurdo; naturalmente a cena eravamo vicini. Ma un solo vero amico non basta: spesso guardo i miei compagni e mi chiedo come facciamo, così diversi e distanti, a diventare sul palco gli organi di un solo corpo. Parliamoci chiaro: alcuni di loro mi sono positivamente antipatici, e so che il sentimento è ricambiato; eppure fra pochi minuti ci avvinghieremo in un’orgia musicale. Siamo sul palco, vestiti tutti uguali. Le luci sono basse, c’e` musica di sottofondo, ci sono già parecchie persone sedute ai tavoli. Pietro dà il la a Beppe e Andrea; il suono della sua tastiera è un po’ racchio: mica possiamo permetterci un Hammond come i nostri amici Blahh. Io scaldo il mio sassofono suonando piano Take five e Lullaby of Birdland; Jax scalda il suo ma non ho mai capito che cosa suoni. Meglio scaldare per bene: intonare uno strumento freddo è da cretini. Jax e Max i due sax: che razza di nomi scemi ci siamo dati, ma ci piacciono. Sento salire la tensione; ho il respiro corto, le mani fredde; ho bisogno fisico di suonare; o forse solo di esibirmi? O tutt’e due? Sarà così l’astinenza da droga? La magia che tirerà fuori Hyde da me è nelle mani di Diego: basteranno quattro colpi delle sue bacchette. Eccolo lì che sistema tamburi e piatti con precisione millimetrica; com’è possibile che quel fighetto possa picchiare il suo strumento con la violenza degna del Rythm and Blues? Là davanti Ermanno sta già intortando due ragazze; due, porco mondo! Potrebbe invece preparare il borderò per la SIAE, no? La musica in sala cambia. Il gestore vuol fare discoteca mentre ci prepariamo e ha messo su l’ultimo di James Brown. Vaffanculo: si lamenta perché in repertorio abbiamo poco o niente in italiano, poi mette questo pezzo? Ermanno interrompe il suo intorto, si volta e sorride: - Glielo diamo noi James Brown! – Va là, stavolta la sua sicurezza mi conforta invece d’irritarmi. Intanto però quattro coppie sono già scese in pista. Il Rythm and Blues è l’ultima moda e in città sono pochi i complessi con una sezione di fiati, anche piccola come la nostra: ci sono i Diavoli Neri, i Blahh e noi Onibaba; oltre a quelli del liscio, naturalmente, ma non contano. Jax e io andiamo da Pietro: noi preferiamo farci dare un fa (che per noi tenori è un sol). Meglio essere molto precisi: il primo pezzo, Hold on I’m coming, lo attacchiamo noi all’unisono, e cominciare con un battimento (cos'è un battimento?) farebbe proprio cagare. Eccoci. Schierati. Ultimi aggiustamenti. Nervosamente, faccio delle scale a vuoto, solo con le dita; inumidisco ancora la mia ancia Ricoh n.3, ne sento il sapore legnoso; ma è già umida; stringo una volta di più le chiavette della fascia porta-ancia; ma sono già strette. Ermanno fa un cenno al gestore; la musica sfuma e siamo inondati dalla luce. Ermanno al microfono spara le sue cazzate di benvenuto. Ci siamo, sto per nascere. Diego dà il tempo con le bacchette e, piano, a voce: - .. three, four – Finalmente. Dal nulla a una tempesta di suono. Quattro frasi uguali, con il tappeto di tastiera e chitarra, mentre Diego picchia come un ossesso. Quattro frasi all’unisono, mentre Beppe martella col basso arpeggiando, una sola nota per ogni frase. Ermanno entra; non ha certo una voce negra, ma è potente. Ed ecco, dal buio si riversa in pista una fiumana di gente. Ci siamo. Non ci ferma più nessuno! Battere levare battere levare: se mai avrò un figlio sarà la prima cosa che gli insegnerò. Godo, fisicamente, quando sul battere scendo sul si grave: il mio tenore vibra come un baritono. Sul levare Jax e io squilliamo in alto, staccati di una terza, perfettamente sincroni col rullante di Diego e la chitarra di Andrea. Mi piace buttare un’occhiata alla spia, l’altoparlante rivolto verso di noi: vedo la membrana vibrare violentemente ad ogni nostra nota. Dietro abbiamo l’amplificatore di Beppe; sono io che voglio mettermi lì e non davanti alla chitarra: amo farmi scuotere pancia e coglioni dal suo basso. Esiste solo la musica. L’universo si è contratto attorno a noi, palco e pista. Il basso di Beppe, ieratico, assoluto, riempie il vuoto interstellare. Non occorre contare: l’ottava battuta è conclusiva, logica, inesorabile, bellissima come la tesi di un teorema. Rulla, Diego, rulla: portaci al prossimo giro! Mi sembra che le mie dita vadano da sole, che sia tutto il gruppo a comandarle, non io. Il suono del mio sax è dappertutto dentro di me: lo sento risuonare nei polmoni, fa vibrare le mie mani e le mie braccia; mi sembra la mia stessa voce. Da una parte il suono è mio, dall’altra è solo una parte del tutto; il gruppo è un unico strumento, il nostro sound permea ogni cosa; è spazio, è tempo, è sesso. Come al solito guardo nel vuoto, guardo la musica stessa. Ma ci sono passaggi in cui scambio un’occhiata con Jax; noi due, così diversi, ora siamo gemelli, siamo siamesi, siamo un unico Roland Kirk che suona un bicordo. Si avvicina un appuntamento; so che fra poco Andrea guarderà verso di noi; non per necessità ma per piacere. Ecco, la sua chitarra prepara la modulazione; anche la tastiera di Pietro, naturalmente, ma è dietro e non lo vedo. Eccoli, gli accordi che ci transitano un tono più su. Andrea ci guarda sorridendo, mentre i nostri sax, in terza, lo accompagnano. La modulazione è un trucco vecchio come la musica; ma funziona. Ermanno ci raggiunge nella nuova tonalità, e subito un’onda, un fremito percorre la pista. La gente balla, si lascia trascinare; mi sembra quasi di muoverli io stesso, come marionette. Il finale. Un’ulteriore scarica di adrenalina. Ermanno si volta verso di noi sudato, tirato. Sulla pista i ragazzi sembrano centometristi dopo il traguardo. Ma noi non perdoniamo, non li lasciamo certo riposare. Col cazzo non ho ancora mai chiavato, ma col sax li stupro tutti, uomini e donne. Guardo Diego: i piatti vibrano ancora e gli sfarfallano attorno luce e suono, mentre batte le bacchette e, questa volta, grida – … three, four! – - I feel good! – urla Ermanno nel suo Shure appena comprato. E noi sax rispondiamo. E il ballo ricomincia, frenetico. Ho anche le mie due battute soliste; niente di mio, ho copiato dal disco. Io sono solo un sax da sezione, ma noi siamo gli Onibaba, e suoniamo da dio!  Brividi e commozione brutto stronzo sono felice che tu sia in questo corso di scrittura creativa del cazzo, bravo bravo bravo!!!
_________________ I love You, but I've chosen darkness
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livia
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: lunedì 25 gennaio 2010, 11:02 |
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Iscritto il: giovedì 22 ottobre 2009, 20:09 Messaggi: 286
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mi hai catapultata in una realtà che conosco bene e lo hai fatto magnificamente. complimenti davvero Max! bellissimo pezzo. 
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chiara
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: lunedì 25 gennaio 2010, 15:12 |
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uao! QUANTA ENERGIA CHE SPRIGIONI, ALLORA CE L'HAI.
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Max
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: lunedì 25 gennaio 2010, 16:01 |
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Iscritto il: domenica 22 novembre 2009, 14:14 Messaggi: 183
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Amiche mie, grazie! Francesco, sono confuso, emozionato, commosso! Però... possibile che io riesca a esprimere qualcosa solo se è un'esperienza diretta, personale, concreta (tragica o gioiosa)? Dovrei farmi crescere una testa sulla spalla? Il povero Xanadù deve aspettare la morte in un Pronto Soccorso? Come posso fare perché sbocci un po' di naturalezza anche dove m'interessa di più, cioè nell'ambito surreale, grottesco, fantastico, fantascientifico? Contentino, per completezza: http://www.youtube.com/watch?v=SzlpTRNIAvc
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francesco tacconi
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: lunedì 25 gennaio 2010, 16:19 |
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| Site Admin |
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Iscritto il: giovedì 22 ottobre 2009, 12:47 Messaggi: 394
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Max è un percorso e come qualsiasi percorso parti utilizzando gli elementi che riesci ad usare con maggiore destrezza ed abilità. Se parli di cose tue, veramente accadute, per forza tiri fuori la tua voce, perché ti viene spontaneo raccontare tutto a modo tuo. Facendo questo tu non solo racconti ma hai modo di sperimentare una tecnica narrativa in cui tu esci allo scoperto. Senti vibrare le tue corde più superficiali e quelle più intime. Prendi coscienza della struttura del tuo suono. Mano a mano che poi procedi questa struttura comincia a prenderti la mano. Prima timidamente e poi con prepotenza. È allora che diventi libero di portare la narrazione dove più ti piace. A quel punto noterai particolari e vedrai cose che gli altri trascurano o non vedono proprio. Li racconterai a modo tuo e la tua scrittura sarà diversa da tutte le altre. Se io venissi da te a imparare matematica ti assicuro che dovresti partire subito dopo le equivalenze e sorrideresti se io ti dicessi che a me interessa capire le cose matematiche di cui avete parlato al convegno. O no?
_________________ I love You, but I've chosen darkness
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Max
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: lunedì 25 gennaio 2010, 16:41 |
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Iscritto il: domenica 22 novembre 2009, 14:14 Messaggi: 183
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Oh, che imparare sia fatica mi è perfettamente chiaro! E anche che ci voglia tempo e pazienza. Ogni tanto però un incoraggiamento come quello di oggi fa molto, molto bene  Solo che ho evidentemente un'ottica rovesciata. Ho sempre pensato che nella mia vita vera non ci fosse assolutamente niente degno di essere raccontato, mentre mi cullavo nella presunzione di avere buone idee per trame fantascientifiche & C. Come tutti qua, sopravvivo lo stesso anche se non scrivo. Però ne ho voglia; tanta. Quindi intendo proseguire il percorso, col passo che riuscirò a tenere. Ora devo decidere cosa fare, e una volta di più ti chiedo consiglio. Naturalmente per prima cosa posto questo brano, emendato. Poi dovrei tornare sul pezzo di Natale, ma non è per niente facile; prima o poi lo faccio di sicuro, ma quella sarà un'impresa dura, dolorosa. Riprendere il bicefalo? Portare qui il morto vivente? Tentare invece un'altra esperienza vera? Ma intanto, per quanto sia banale: grazie, grazie davvero di cuore.
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francesco tacconi
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: lunedì 25 gennaio 2010, 16:47 |
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| Site Admin |
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Iscritto il: giovedì 22 ottobre 2009, 12:47 Messaggi: 394
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Non credo sia banale il tuo ringraziamento Così come non è stata banale l'emozione che ho provato nel leggerti Non posso dirti cosa fare Te ne accorgerai da solo, al momento giusto, quindi non avere fretta. Ciao
_________________ I love You, but I've chosen darkness
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Max
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: lunedì 25 gennaio 2010, 16:49 |
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Iscritto il: domenica 22 novembre 2009, 14:14 Messaggi: 183
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Sabato. Finalmente. Ma sono teso, la trasformazione deve ancora attendere.
Abbiamo preparato gli strumenti, provato l’amplificazione. Siamo andati a cena nel ristorante vicino alla balera. Anche a tavola non sono a mio agio; il fatto di essere il più giovane, il liceale secchione tutto latino e fisica, non mi aiuta certo a socializzare. Ermanno e Diego, i belli, i fighi, gli universitari (che non danno esami) più che altro mi prendono per il culo. Pietro, Jax e Andrea, i lavoratori, mi sembrano abitanti di un altro mondo; Andrea poi deve avere venticinque anni o più, non glielo chiedo per discrezione. L’unico con cui mi trovo è il mio grande amico Beppe, allampanato, stravagante, vagamente disprezzato perché non è nemmeno liceale: studia alla Scuola d’Arte. Con lui un discorso non è mai banale, anzi spesso è assurdo; naturalmente a cena eravamo vicini. Ma un solo vero amico non basta: spesso guardo i miei compagni e mi chiedo come facciamo, così diversi e distanti, a diventare sul palco gli organi di un solo corpo. Parliamoci chiaro: alcuni di loro mi sono positivamente antipatici, e so che il sentimento è ricambiato; eppure fra pochi minuti ci avvinghieremo in un’orgia musicale.
Siamo sul palco, vestiti tutti uguali. Le luci sono basse, c’e` musica di sottofondo, ci sono già parecchie persone sedute ai tavoli. Pietro dà il la a Beppe e Andrea; il suono della sua tastiera è un po’ racchio: mica possiamo permetterci un Hammond come i nostri amici Blahh. Io scaldo il mio sassofono suonando piano Take five e Lullaby of Birdland; Jax scalda il suo ma non ho mai capito che cosa suoni. Meglio scaldare per bene: intonare uno strumento freddo è da cretini. Jax e Max i due sax: che razza di nomi scemi ci siamo dati, ma ci piacciono.
Sento salire la tensione; ho il respiro corto, le mani fredde; ho bisogno fisico di suonare; o forse solo di esibirmi? O tutt’e due? Sarà così l’astinenza da droga? La magia che tirerà fuori Hyde da me è nelle mani di Diego: basteranno quattro colpi delle sue bacchette. Eccolo lì che sistema tamburi e piatti con precisione millimetrica; com’è possibile che quel fighetto possa picchiare il suo strumento con la violenza degna del Rythm and Blues? Là davanti Ermanno sta già intortando due ragazze; due, porco mondo! Potrebbe invece preparare il borderò per la SIAE, no?
La musica in sala cambia. Il gestore vuol fare discoteca mentre ci prepariamo e ha messo su l’ultimo di James Brown. Vaffanculo: si lamenta perché in repertorio abbiamo poco o niente in italiano, poi mette questo pezzo? Ermanno interrompe il suo intorto, si volta e sorride: - Glielo diamo noi James Brown! – Va là, stavolta la sua sicurezza mi conforta invece d’irritarmi. Intanto però quattro coppie sono già scese in pista. Il Rythm and Blues è l’ultima moda e in città sono pochi i complessi con una sezione di fiati, anche piccola come la nostra: ci sono i Diavoli Neri, i Blahh e noi Onibaba; oltre a quelli del liscio, naturalmente, ma non contano.
Jax e io andiamo da Pietro: noi preferiamo farci dare un fa (che per noi tenori è un sol). Meglio essere molto precisi: il primo pezzo, Hold on I’m coming, lo attacchiamo noi all’unisono, e cominciare belando farebbe proprio cagare.
Eccoci. Schierati. Ultimi aggiustamenti. Nervosamente, faccio delle scale a vuoto, solo con le dita; inumidisco ancora la mia ancia Ricoh n.3, ne sento il sapore legnoso; ma è già umida; stringo una volta di più le chiavette della fascia porta-ancia; ma sono già strette. Ermanno fa un cenno al gestore; la musica sfuma e siamo inondati dalla luce. Ermanno al microfono spara le sue cazzate di benvenuto. Ci siamo, sto per nascere. Diego dà il tempo con le bacchette e, piano, a voce: - .. three, four –
Finalmente. Dal nulla a una tempesta di suono. Quattro frasi uguali, con il tappeto di tastiera e chitarra, mentre Diego picchia come un ossesso. Quattro frasi all’unisono, mentre Beppe martella col basso arpeggiando, una sola nota per ogni frase. Ermanno entra; non ha certo una voce negra, ma è potente. Ed ecco, dal buio si riversa in pista una fiumana di gente. Ci siamo. Non ci ferma più nessuno!
Battere levare battere levare: se mai avrò un figlio sarà la prima cosa che gli insegnerò. Godo, fisicamente, quando sul battere scendo sul si grave: il mio tenore vibra come un baritono. Sul levare Jax e io squilliamo in alto, staccati di una terza, perfettamente sincroni col rullante di Diego e la chitarra di Andrea. Mi piace buttare un’occhiata alla spia, l’altoparlante rivolto verso di noi: vedo la membrana vibrare violentemente ad ogni nostra nota. Dietro abbiamo l’amplificatore di Beppe; sono io che voglio mettermi lì e non davanti alla chitarra: amo farmi scuotere pancia e coglioni dal suo basso.
Esiste solo la musica. L’universo si è contratto attorno a noi, palco e pista. Il basso di Beppe, ieratico, assoluto, riempie il vuoto interstellare. Non occorre contare: l’ottava battuta è conclusiva, logica, inesorabile, bellissima come la tesi di un teorema. Rulla, Diego, rulla: portaci al prossimo giro! Mi sembra che le mie dita vadano da sole, che sia tutto il gruppo a comandarle, non io. Il suono del mio sax è dappertutto dentro di me: lo sento risuonare nei polmoni, fa vibrare le mie mani e le mie braccia; mi sembra la mia stessa voce. Da una parte il suono è mio, dall’altra è solo una parte del tutto; il gruppo è un unico strumento, il nostro sound permea ogni cosa; è spazio, è tempo, è sesso.
Come al solito guardo nel vuoto, guardo la musica stessa. Ma ci sono passaggi in cui scambio un’occhiata con Jax; noi due, così diversi, ora siamo gemelli, siamo siamesi, siamo un unico Roland Kirk che suona un bicordo. Si avvicina un appuntamento; so che fra poco Andrea guarderà da questa parte; non per necessità ma per piacere. Ecco, la sua chitarra prepara la modulazione; anche la tastiera di Pietro, naturalmente, ma è dietro e non lo vedo. Eccoli, gli accordi che ci transitano un tono più su. Andrea ci guarda sorridendo, mentre i nostri sax, in terza, lo accompagnano. La modulazione è un trucco vecchio come la musica; ma funziona. Ermanno ci raggiunge nella nuova tonalità, e subito un’onda, un fremito percorre la pista. La gente balla, si lascia trascinare; mi sembra quasi di muoverli io stesso, come marionette.
Il finale. Un’ulteriore scarica di adrenalina. Ermanno si volta verso di noi sudato, tirato. Sulla pista i ragazzi sembrano centometristi dopo il traguardo. Ma noi non perdoniamo, non li lasciamo certo riposare. Col cazzo non ho ancora mai chiavato, ma col sax li stupro tutti, uomini e donne. Guardo Diego: i piatti vibrano ancora e gli sfarfallano attorno luce e suono, mentre batte le bacchette e, questa volta, grida – … three, four! –
- I feel good! – urla Ermanno nel suo Shure appena comprato. E noi sax rispondiamo. E il ballo ricomincia, frenetico. Ho anche le mie due battute soliste; niente di mio, ho copiato dal disco. Io sono solo un sax da sezione, ma noi siamo gli Onibaba, e suoniamo da dio!
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francesco tacconi
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: martedì 26 gennaio 2010, 10:07 |
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| Site Admin |
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Iscritto il: giovedì 22 ottobre 2009, 12:47 Messaggi: 394
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Max tutto bene
Il trucco per raccontare cose inventate parte dall'osservazione attenta della tecnica che hai usato per raccontare quelle vere. Devi osservare il ritmo e il linguaggio che hai usato e prenderlo a modello. Devi usarlo come griglia espressiva. Come fosse uno standard sul quale scaldi lo strumento. Se ti viene una idea surreale o fantastica ci devi entrare dentro. Non la devi raccontare da fuori immaginando magari cosa potrebbe piacere al lettore. Non la devi raccontare da lettore ma da scrittore. Quindi ci devi entrare dentro e cominciare a passare la tua giornata da quella prospettiva. Ci devi passare del tempo con quell'idea e la devi mettere in pratica. La devi vivere mentalmente quando vai in mensa e quando prendi l'autobus. Devi guardare il mondo da quella idea che vuoi raccontare. In questo modo si apriranno porte e finestre che non avevi previsto e che proprio per questo nemmeno il lettore riuscirà a prevedere. Se sarà una novità per te lo sarà ancora più per lui e lo trascinerai in qualsiasi tua fantasia con lo stesso impeto che hai usato in questo pezzo. Quindi rileggi il pezzo badando alla costruzione alla punteggiatura e alla sintassi. Non farti prendere dal senso. Fallo a pezzi frase per frase e cerca di vedere quali sono le chiavi di volta che hai toccato. Sono le stesse che potrai adoperare sempre e diventeranno sempre più chiare e maneggevoli mano a mano andrai avanti in questo percorso.
_________________ I love You, but I've chosen darkness
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Max
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: martedì 26 gennaio 2010, 11:05 |
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Iscritto il: domenica 22 novembre 2009, 14:14 Messaggi: 183
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Cita: Il trucco per raccontare cose inventate parte dall'osservazione attenta della tecnica che hai usato per raccontare quelle vere. Devi osservare il ritmo e il linguaggio che hai usato e prenderlo a modello. Devi usarlo come griglia espressiva. Come fosse uno standard sul quale scaldi lo strumento. Veramente molto interessante. Cita: Se ti viene una idea surreale o fantastica ci devi entrare dentro. Non la devi raccontare da fuori immaginando magari cosa potrebbe piacere al lettore. Non la devi raccontare da lettore ma da scrittore. Quindi ci devi entrare dentro e cominciare a passare la tua giornata da quella prospettiva. Ci devi passare del tempo con quell'idea e la devi mettere in pratica. La devi vivere mentalmente quando vai in mensa e quando prendi l'autobus. Devi guardare il mondo da quella idea che vuoi raccontare. Questo passaggio, oltre che illuminante, mi pare stupendo dal punto di vista letterario. Confronto questo mio pezzo del sax con quelli surreali (anche se quello di Xanadù conta poco, visto che l'ho buttato giù in mezz'ora). Bene, io sento che c'è una differenza di spessore, ma non riesco a mettere il dito su singoli punti o almeno su singoli aspetti carenti. Questo per me è molto disorientante. Almeno posso offrire allo scrittore Tacconi un esame ravvicinato di un matematico  (per meglio dire di un "operaio matematico", come amo definirmi). Certe caratteristiche che costituiscono la nostra forza nell'ambito lavorativo, fatalmente sono la nostra debolezza al di fuori. In un post precedente riflettevi a specchio il mio percorso con quello che toccherebbe a te nella matematica. Una differenza monumentale è che nella mia materia il percorso è una scala; ripida, ma con gradini ben definiti e visibili. Qua mi sembra di essere su un'erta in cui devo cercare i sassi giusti su cui poggiare i piedi. Per questo trovo preziosissimi questi tuoi suggerimenti. Ho uno schema da cui partire. Io NON mi arrendo.
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francesco tacconi
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Oggetto del messaggio: Re: Solo un sax da sezione. Inviato: martedì 26 gennaio 2010, 11:10 |
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Iscritto il: giovedì 22 ottobre 2009, 12:47 Messaggi: 394
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Vai a leggere anche quello che ho scritto a Chiara poco fa nel Guazzabuglio. Credo riguardi anche te.
_________________ I love You, but I've chosen darkness
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