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Indice » 17) UNA PERSONA A CASO




Apri un nuovo argomento Rispondi all’argomento  [ 44 messaggi ]  Vai alla pagina Precedente  1, 2, 3
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 Oggetto del messaggio: Re: Cime tempestose
 Nuovo messaggio Inviato: giovedì 18 febbraio 2010, 22:29 
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questa cosa che hai scritto ha aperto porte portoni cancelli anche dentro di me... grazie, doloroso, ma grazie


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 Oggetto del messaggio: Re: Cime tempestose
 Nuovo messaggio Inviato: sabato 20 febbraio 2010, 17:45 
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Caps, Daniela chiedo scusa per non aver risposto ma solo ora ho letto i vostri commenti. Grazie a voi :)


Quando ti ho vista per la prima volta ho pensato che eri adatta a me. Carina quel tanto che basta a non provocare inutili competizioni, con una sottile vena di cinismo che ti risparmia le altrettanto inutili formalità e consuetudini d‘approccio, e quell’aspetto che nell’immediato ti rimanda al rock. Già. Perché la musica quando la fai ti resta addosso e non c’è abito o movenza che non tradisca questo appartenerle. Da subito ci ha unite il fatto di essere lì per lo stesso motivo. Non perdere il contatto con il canto. In realtà della polifonia non ce ne importava granché, ma noi si restava buone ad aspettare il nostro turno da soliste fingendo, nel frattempo, d’essere in armonia con gli altri. Noi due. Gli unici due elementi di quaranta ad avere dei bassi poderosi. Ci divertiva doppiare i maschi che alle nostre spalle sbagliavano tutte le note. Tre scalini in legno ci facevano da pedana e, come prosciutto e formaggio, eravamo nella fila di centro a dare sapore al sandwich. Restavamo per ore in piedi, spalla a spalla. Oppure sedute quando le altre sezioni provavano le loro parti di canto. Deve essere stato in un momento di pausa che ho notato i tuoi occhi verde smeraldo. Non ricordo quando. Ricordo invece le tante piccole vene rosse e quei segni gialli che rendevano spento il tuo sguardo. Tu nel mio, invece, hai letto una domanda. Credo sia per questo che mi hai raccontato del carcinoma e dell’intervento. Mi parlavi di un neo sulla spalla e mentre lo facevi immaginavo cose. Pensavo ad un ragno, anzi, ad una vedova nera per metà nascosta tra i tuoi capelli. Poi pensavo a delle radici scure che ti entravano sottopelle. Le vedevo attorcigliarsi intorno alla clavicola e scendere fino nella polpa del tuo seno. Della tua paura mi hai detto poco. Né ancora ero in grado di capire quale fosse. Speravi di guarire, questo è certo. Perché Daniele, che in silenzio seguiva le prove seduto di fronte, allora aveva solo cinque anni. Da madre mi hai raccontato di tua madre. Della sua morte e del suo cancro. Di come ti aveva lasciata sola ed era andata via con rabbia senza mai pensare al tuo dolore. Io ti ho ascoltata a lungo. Solo ascoltata senza chiederti particolari. Perché, per quanto ti trovassi simpatica, non avevo voglia di far mia la tua sofferenza. Ancora non sapevo che a questa chiamata non avrei potuto non rispondere. Un giorno hai cominciato ad assentarti e non ti ho vista per molte settimane. Avevi iniziato le chemioterapie ed i viaggi tra Napoli e Milano. Ti ho telefonato per sapere come stavi. Sono stata una delle poche persone a cui hai risposto. Per questo ho iniziato a pensare che mi volevi accanto. Gli amici, i tuoi amici, erano tutti scomparsi. Rapiti dall’improvvisa paura di dover crescere. E così sono rimasta io. A tagliarti i capelli che cadevano a ciocche e a farmi odiare dal tuo bambino per averlo fatto. Quel giorno avevamo paura entrambe. Tu di non tornare più com’eri ed io di aver scelto un ruolo così importante. Abbiamo scherzato, giocato col rasoio, lanciato per aria i capelli e spruzzato acqua ovunque. Tutto per non piangere. Tutto deciso senza parlare. Non volevo consolarti così come tu non volevi esserlo. Perché il piccolo ci guardava e gli dovevamo qualcosa che non fossero lacrime. Ancora ricordo il tuo salotto e di come sembrava la scenografia di un film noir. Quelle maestose poltrone in un velluto ormai stanco, la carta da parati blu reale che si scollava dal muro in più punti, oggetti in argento, foto incorniciate, in ogni angolo pile di libri impolverati, il lampadario di cristallo. Se non per i giocattoli di tuo figlio sparsi un po’ ovunque, tutto era esattamente come l’aveva lasciato tua madre. Ed io non potevo non osservare come tu, alla fine, non ti sentivi a tuo agio lì dentro. Insomma, quella non è mai stata davvero casa tua. L’ultima volta che sei stata a Milano sei diventata cieca. Una volta tornata, giravi per casa in sedia a rotelle e bisognava spingerti. Quando era bel tempo ti portavo sul balcone a prendere il sole. E mentre con gli occhi chiusi ti facevi scaldare dall’aria che era tiepida, io approfittavo per sistemare i panni stesi sui fili d’acciaio.
Una volta ti ho comprato un libro. Ho voglia di sognare, mi avevi detto. Ogni giorno te ne ho letto qualche pagina e tu mi hai ascoltata attenta. Cime tempestose. Peccato non averti potuto far vedere il film, quello del ‘39 in bianco e nero. L’unico che abbia fatto sognare me. Merle Oberon e Laurence Olivier. Due miti. Te l’ho raccontato, però. Dopo aver finito il libro. Poi non ho più avuto il tempo di leggertene altri. Perché insieme abbiamo cominciato ad aspettare che finisse tutto.
Non c’è dubbio. Mi manchi. Mi manca il modo in cui mi sorridevi quando arrivavo. E accadeva sempre, quando avevo un po’ di tempo e correvo da te. A volte non c’era nulla da fare. E restavamo sul tuo letto ad ascoltare musica o a parlare delle nostre vite prima che ci incontrassimo. Conservavi i tuoi diari e me li hai mostrati tutti. Tutto mi manca. Mi manca come mi hai accolta nella tua vita. E come, senza tante parole, ci siamo dette tutto. Ne ho nostalgia. Perché è accaduto per caso. Perché più vivo e più comprendo che è il caso a dare un senso alle cose. Nella casualità tutto è più vero. Non premediti, non hai modo di calcolare tempi di reazione. E’ un trascinare facendosi trascinare. In un collegamento che stupisce senza mai lasciarti immobile. Ed ora ti sento dentro. A volte riesco a vederti e a sentire ancora la tua voce. E mi rincuora sapere che vivi attraverso me. Non nel ricordo, ma nelle cellule. Perché incontrarti mi ha cambiata. Ha cambiato la mia percezione delle cose ed ora è come se i tuoi sensi fossero i miei. Io l’ho capito solo alla fine, quando ti hanno portata via. Tu, invece, da subito. E lo so perché solo questa consapevolezza poteva salvarti dal provare rabbia. Che era la tua paura più grande. Lasciare Daniele era doloroso e necessario. Essere come tua madre no.


Mentre morivi ti preoccupavi di chi lasciavi. Sopportando in silenzio tuo marito che con un’altra donna già progettava un nuovo assetto della sua vita. Osservandolo da lontano lo hai generosamente accompagnato anche nella speranza che Daniele entrasse a far parte di questa nuova architettura. Nei sei mesi che vi ho frequentati non ho mai parlato con lui. Io ero un’estranea in casa sua e lui per me un estraneo in casa di un’amica. Bell’uomo, ma un pezzo di ghiaccio. A volte mi dicevo che era solo spaventato. Ma non ti ha mai accarezzata e non ha mai dormito con te. Che non ti amasse era chiaro. L’amore può finire e non è colpa di nessuno. Ma è come se non ti avesse neanche salutata. Ci sono molti modi per dirsi ciao. E il modo che lui ha scelto faceva male.
Avrei voluto proteggerti in qualche modo ma non ne avevo l’autorità. In fondo ero di passaggio nelle vostre vite. Ci siamo toccati, incrociati ed infine allontanati. Movimenti ripetuti tante volte come in un intreccio destinato soltanto a restare attorno al cuore.
Sei mesi della mia vita che sono sembrati un’eternità. Sei mesi di improvvisazioni. Tornavo a casa domandandomi quale fosse stato il ruolo da me recitato quel giorno. Un vero inferno. Sentivo l’obbligo di restarti accanto ma non sapevo come. All’occorrenza sono stata madre, amica, zia, infermiera, sorella. Ma non ero io. Ogni volta non ero io. Perché in realtà avrei voluto scappare. Non avevo paura di soffrire. No, nessuna paura. Anzi una parte di me ti dava già per morta. E a questo pensiero non mi si stringeva lo stomaco, né sentivo l’adrenalina arrivare a scuotermi il cervello. Ed io non mi piaccio quando sento di non avere speranza o di provare quello che è molto più di una semplice rassegnazione. Perché se sei rassegnata vuol dire che prima qualcosa ti aspettavied io invece non mi aspettavo niente. E per vincere lo schifo che sentivo cercavo di far cose per distrarmi. Odiavo tutti quelli che mi innalzavano a madonna solo perché ti frequentavo. E non potevo nemmeno ribellarmi perché l‘unico risultato che ottenevo era di sembrare falsamente modesta. Ne’ potevo spiegare come mi sentissi e passare per matta. Perché non piace a nessuno profondersi in complimenti e vedersi ricambiare con una confessione di inadeguatezza. Non è socialmente corretto. Poi ad un tratto è successo quello che mi accade sempre. Ho congelato le mie emozioni ed ho dimenticato il motivo per cui stavo con te. Il motivo che, semplicemente, eri tu. Che sei capitata sulla mia strada e che avresti potuto essere al posto mio a raccontare questa storia.

Daniele non è più un bambino ed il prossimo anno andrà al liceo. Lui ha i tuoi occhi ed io non posso sostenerne lo sguardo. Non riesco a non pensare che sarebbe stato meglio se non fosse mai nato. Che sarebbe stato meglio se tu fossi morta prima, meglio se tua madre ti avesse uccisa per la disperazione di doverti lasciare piuttosto che annullarti come invece ha fatto ignorandoti. Ed ogni volta sono costretta ad abbracciarlo, imbarazzata da questi pensieri che sono sempre gli stessi e che non so da dove arrivino né perché riesca a trovarli logici e giusti. Una cosa la so. Se annuso nell’aria l’odore di un male che possa essere minore, lo seguo qualunque sia la sua direzione. Anche quando mi costa un sacrificio del quale poi puntualmente mi pento.
Quando mi sono ammalata, solo un anno dopo di te, non ho avuto paura. Ed ero pronta ad accelerare i tempi non accettando cure pur di evitare un fastidio a chi, eventualmente, avesse scelto di restarmi accanto. E lo avrei fatto per dignità, non certo per generosità.
Non so ancora se essere guarita sia stata una fortuna o meno. Perché ho come la sensazione di aver perso un’occasione per essere migliore.
Io penso al suicidio ogni giorno. E ricordo uno specchio. E l’angolo buio del bagno in cui mi chiudevo per restare a scrutare la mia immagine riflessa in attesa di un suo cenno che mi suggerisse di agire. Non so per quanto tempo mi trattenevo lì. Il tempo indefinito di un‘anima indefinita, credo. Alle mie spalle c’erano dei teli scuri in spugna che amplificavano il bianco titanio della pelle nuda. Ricordo ancora i miei occhi immobili, le labbra socchiuse e l’apnea. Non mi ha mai cercata nessuno quando ero lì. Diventavo invisibile. E forse già lo ero. In realtà per quanto ci pensassi, non ho mai voluto suicidarmi. Ma farlo mi faceva stare bene. Come fosse l’unica soluzione possibile a questa mia invisibilità.
Mi domando se sia lo stesso per tutti. Se a Daniele basti sapere di aver avuto te che lo hai amato fino al tuo ultimo istante. Se riesca a sentirsi fortunato per questo o se invece si senta invisibile per essere stato abbandonato.
Mi dico che non sarei stata una buona madre per lui. Non sarei stata migliore della tua né della mia che mi ha insegnato a chiedere aiuto in questo modo..


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 Oggetto del messaggio: Re: Cime tempestose
 Nuovo messaggio Inviato: lunedì 22 febbraio 2010, 9:29 
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livia ha scritto:
Daniele non è più un bambino ed il prossimo anno andrà al liceo. Lui ha i tuoi occhi ed io non posso sostenerne lo sguardo. Non riesco a non pensare che sarebbe stato meglio se non fosse mai nato. Che sarebbe stato meglio se tu fossi morta prima, meglio se tua madre ti avesse uccisa per la disperazione di doverti lasciare piuttosto che annullarti come invece ha fatto ignorandoti. Ed ogni volta sono costretta ad abbracciarlo, imbarazzata da questi pensieri che sono sempre gli stessi e che non so da dove arrivino né perché riesca a trovarli logici e giusti. Una cosa la so. Se annuso nell’aria l’odore di un male che possa essere minore, lo seguo qualunque sia la sua direzione. Anche quando mi costa un sacrificio del quale poi puntualmente mi pento.
Quando mi sono ammalata, solo un anno dopo di te, non ho avuto paura. Ed ero pronta ad accelerare i tempi non accettando cure pur di evitare un fastidio a chi, eventualmente, avesse scelto di restarmi accanto. E lo avrei fatto per dignità, non certo per generosità.
Non so ancora se essere guarita sia stata una fortuna o meno. Perché ho come la sensazione di aver perso un’occasione per essere migliore.
Io penso al suicidio ogni giorno. E ricordo uno specchio. E l’angolo buio del bagno in cui mi chiudevo per restare a scrutare la mia immagine riflessa in attesa di un suo cenno che mi suggerisse di agire. Non so per quanto tempo mi trattenevo lì. Il tempo indefinito di un‘anima indefinita, credo. Alle mie spalle c’erano dei teli scuri in spugna che amplificavano il bianco titanio della pelle nuda. Ricordo perché la protagonista ricorda se lo fa ogni giorno? ancora i miei occhi immobili, le labbra socchiuse e l’apnea. Non mi ha mai cercata nessuno quando ero lì. Diventavo invisibile. E forse già lo ero. In realtà per quanto ci pensassi, non ho mai voluto suicidarmi. Ma farlo pensarlo mi faceva stare bene. Come fosse l’unica soluzione possibile a questa mia invisibilità.
Mi domando se sia lo stesso per tutti. Se a Daniele basti sapere di aver avuto te che lo hai amato fino al tuo ultimo istante. Se riesca a sentirsi fortunato per questo o se invece si senta invisibile per essere stato abbandonato.
Mi dico che non sarei stata una buona madre per lui. Non sarei stata migliore della tua né della mia che mi ha insegnato a chiedere aiuto in questo modo..


Ho segnato in rosso le parti più oscure. L'ho riletto una paio di volte ma non riesco a comprendere bene il senso di questo pezzo. Molte cose rimangono non dette. Non ci sono spiegazioni che aiutino a comprendere. Il lettore non può arrangiarsi a immaginare. Gli devi raccontare tutto.

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 Oggetto del messaggio: Re: Cime tempestose
 Nuovo messaggio Inviato: lunedì 22 febbraio 2010, 10:02 
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s è vero. sono stata frettolosa nel pubblicarlo. grazie, proverò a farne uscire qualcosa di logico... grazie ancora


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 Oggetto del messaggio: Re: Cime tempestose
 Nuovo messaggio Inviato: martedì 23 febbraio 2010, 23:13 
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CIME TEMPESTOSE

Quando ti ho vista per la prima volta ho pensato che eri adatta a me. Carina quel tanto che basta a non provocare inutili competizioni, con una sottile vena di cinismo che ti risparmia le altrettanto inutili formalità e consuetudini d‘approccio, e quell’aspetto che nell’immediato ti rimanda al rock. Già. Perché la musica quando la fai ti resta addosso e non c’è abito o movenza che non tradisca questo appartenerle. Da subito ci ha unite il fatto di essere lì per lo stesso motivo. Non perdere il contatto con il canto. In realtà della polifonia non ce ne importava granché, ma noi si restava buone ad aspettare il nostro turno da soliste fingendo, nel frattempo, d’essere in armonia con gli altri. Noi due. Gli unici due elementi di quaranta ad avere dei bassi poderosi. Ci divertiva doppiare i maschi che alle nostre spalle sbagliavano tutte le note. Tre scalini in legno ci facevano da pedana e, come prosciutto e formaggio, eravamo nella fila di centro a dare sapore al sandwich. Restavamo per ore in piedi, spalla a spalla. Oppure sedute quando le altre sezioni provavano le loro parti di canto. Deve essere stato in un momento di pausa che ho notato i tuoi occhi verde smeraldo. Non ricordo quando. Ricordo invece le tante piccole vene rosse e quei segni gialli che rendevano spento il tuo sguardo. Tu nel mio, invece, hai letto una domanda. Credo sia per questo che mi hai raccontato del carcinoma e dell’intervento. Mi parlavi di un neo sulla spalla e mentre lo facevi immaginavo cose. Pensavo ad un ragno, anzi, ad una vedova nera per metà nascosta tra i tuoi capelli. Poi pensavo a delle radici scure che ti entravano sottopelle. Le vedevo attorcigliarsi intorno alla clavicola e scendere fino nella polpa del tuo seno. Della tua paura mi hai detto poco. Né ancora ero in grado di capire quale fosse. Speravi di guarire, questo è certo. Perché Daniele, che in silenzio seguiva le prove seduto di fronte, allora aveva solo cinque anni. Da madre mi hai raccontato di tua madre. Della sua morte e del suo cancro. Di come ti aveva lasciata sola ed era andata via con rabbia senza mai pensare al tuo dolore. Io ti ho ascoltata a lungo. Solo ascoltata senza chiederti particolari. Perché, per quanto ti trovassi simpatica, non avevo voglia di far mia la tua sofferenza. Ancora non sapevo che a questa chiamata non avrei potuto non rispondere. Un giorno hai cominciato ad assentarti e non ti ho vista per molte settimane. Avevi iniziato le chemioterapie ed i viaggi tra Napoli e Milano. Ti ho telefonato per sapere come stavi. Sono stata una delle poche persone a cui hai risposto. Per questo ho iniziato a pensare che mi volevi accanto. Gli amici, i tuoi amici, erano tutti scomparsi. Rapiti dall’improvvisa paura di dover crescere. E così sono rimasta io. A tagliarti i capelli che cadevano a ciocche e a farmi odiare dal tuo bambino per averlo fatto. Quel giorno avevamo paura entrambe. Tu di non tornare più com’eri ed io di aver scelto un ruolo così importante. Abbiamo scherzato, giocato col rasoio, lanciato per aria i capelli e spruzzato acqua ovunque. Tutto per non piangere. Tutto deciso senza parlare. Non volevo consolarti così come tu non volevi esserlo. Perché il piccolo ci guardava e gli dovevamo qualcosa che non fossero lacrime. Ancora ricordo il tuo salotto e di come sembrava la scenografia di un film noir. Quelle maestose poltrone in un velluto ormai stanco, la carta da parati blu reale che si scollava dal muro in più punti, oggetti in argento, foto incorniciate, in ogni angolo pile di libri impolverati, il lampadario di cristallo. Se non per i giocattoli di tuo figlio sparsi un po’ ovunque, tutto era esattamente come l’aveva lasciato tua madre. Ed io non potevo non osservare come tu, alla fine, non ti sentivi a tuo agio lì dentro. Insomma, quella non è mai stata davvero casa tua. L’ultima volta che sei stata a Milano sei diventata cieca. Una volta tornata, giravi per casa in sedia a rotelle e bisognava spingerti. Quando era bel tempo ti portavo sul balcone a prendere il sole. E mentre con gli occhi chiusi ti facevi scaldare dall’aria che era tiepida, io approfittavo per sistemare i panni stesi sui fili d’acciaio.
Una volta ti ho comprato un libro. Ho voglia di sognare, mi avevi detto. Ogni giorno te ne ho letto qualche pagina e tu mi hai ascoltata attenta. Cime tempestose. Peccato non averti potuto far vedere il film, quello del ‘39 in bianco e nero. L’unico che abbia fatto sognare me. Merle Oberon e Laurence Olivier. Due miti. Te l’ho raccontato, però. Dopo aver finito il libro. Poi non ho più avuto il tempo di leggertene altri. Perché insieme abbiamo cominciato ad aspettare che finisse tutto.
Non c’è dubbio. Mi manchi. Mi manca il modo in cui mi sorridevi quando arrivavo. E accadeva sempre, quando avevo un po’ di tempo e correvo da te. A volte non c’era nulla da fare. E restavamo sul tuo letto ad ascoltare musica o a parlare delle nostre vite prima che ci incontrassimo. Conservavi i tuoi diari e me li hai mostrati tutti. Tutto mi manca. Mi manca come mi hai accolta nella tua vita. E come, senza tante parole, ci siamo dette tutto. Ne ho nostalgia. Perché è accaduto per caso. Perché più vivo e più comprendo che è il caso a dare un senso alle cose. Nella casualità tutto è più vero. Non premediti, non hai modo di calcolare tempi di reazione. E’ un trascinare facendosi trascinare. In un collegamento che stupisce senza mai lasciarti immobile. Ed ora ti sento dentro. A volte riesco a vederti e a sentire ancora la tua voce. E mi rincuora sapere che vivi attraverso me. Non nel ricordo, ma nelle cellule. Perché incontrarti mi ha cambiata. Ha cambiato la mia percezione delle cose ed ora è come se i tuoi sensi fossero i miei. Io l’ho capito solo alla fine, quando ti hanno portata via. Tu, invece, da subito. E lo so perché solo questa consapevolezza poteva salvarti dal provare rabbia. Che era la tua paura più grande. Lasciare Daniele era doloroso e necessario. Essere come tua madre no.

Mentre morivi ti preoccupavi di chi lasciavi. Sopportando in silenzio tuo marito che con un’altra donna già progettava un nuovo assetto della sua vita. Osservandolo da lontano lo hai generosamente accompagnato anche nella speranza che Daniele entrasse a far parte di questa nuova architettura. Nei sei mesi che vi ho frequentati non ho mai parlato con lui. Io ero un’estranea in casa sua e lui per me un estraneo in casa di un’amica. Bell’uomo, ma un pezzo di ghiaccio. A volte mi dicevo che era solo spaventato. Ma non ti ha mai accarezzata e non ha mai dormito con te. Che non ti amasse era chiaro. L’amore può finire e non è colpa di nessuno. Ma è come se non ti avesse neanche salutata. Ci sono molti modi per dirsi ciao. E il modo che lui ha scelto faceva male. Avrei voluto proteggerti in qualche modo ma non ne avevo l’autorità. In fondo ero di passaggio nelle vostre vite. Ci siamo toccati, incrociati ed infine allontanati. Movimenti ripetuti tante volte come in un intreccio destinato soltanto a restare attorno al cuore. Sei mesi della mia vita che sono sembrati un’eternità. Sei mesi di improvvisazioni. Tornavo a casa domandandomi quale fosse stato il ruolo da me recitato quel giorno. Un vero inferno. Sentivo l’obbligo di restarti accanto ma non sapevo come. All’occorrenza sono stata madre, amica, zia, infermiera, sorella. Ma non ero io. Ogni volta non ero io. Perché in realtà avrei voluto scappare. Non avevo paura di soffrire. No, nessuna paura. Anzi una parte di me ti dava già per morta. E a questo pensiero non mi si stringeva lo stomaco, né sentivo l’adrenalina arrivare a scuotermi il cervello. Ed io non mi piaccio quando sento di non avere speranza o di provare quello che è molto più di una semplice rassegnazione. Perché se sei rassegnata vuol dire che prima qualcosa ti aspettavi ed io invece non mi aspettavo niente. E per vincere lo schifo che sentivo cercavo di far cose per distrarmi. Odiavo tutti quelli che mi innalzavano a madonna solo perché ti frequentavo. E non potevo nemmeno ribellarmi perché l‘unico risultato che ottenevo era di sembrare falsamente modesta. Ne’ potevo spiegare come mi sentissi e passare per matta. Perché non piace a nessuno profondersi in complimenti e vedersi ricambiare con una confessione di inadeguatezza. Non è socialmente corretto. Poi ad un tratto è successo quello che mi accade sempre. Ho congelato le mie emozioni ed ho dimenticato il motivo per cui stavo con te. Il motivo che, semplicemente, eri tu. Che sei capitata sulla mia strada e che avresti potuto essere al posto mio a raccontare questa storia.


Daniele ora non è più un bambino ed il prossimo anno andrà al liceo. In occasione di ogni Natale o del suo compleanno lo incontro in territorio neutrale, a casa della nonna. Ogni volta ci guardiamo a lungo e in silenzio. Ha i tuoi stessi occhi. Bellissimi. Mi scruta, comprende il mio sentire e infine con un abbraccio è lui a consolare me. Che non riesco a non pensare che sarebbe stato meglio se non fosse mai nato. E a questo pensiero poi ne seguono altri che a ritroso mi conducono al momento in cui morì tua madre e tutti, proprio tutti, mi fanno sentire in colpa. Come spiegare che per me tua madre avrebbe fatto meno danni se ti avesse ammazzata invece di trattarti con quella sua crudele indifferenza? E’ una giustificazione che proprio non posso dare. Nel senso che non so darla. Ma intimamente penso che un atto estremo a volte sia l’unica delle soluzioni possibili. L’unico modo per ingoiare il nulla prima che lui ingoi te.


Avevo l’età di Daniele E ricordo uno specchio. E l’angolo buio del bagno in cui mi chiudevo per restare a fissare la mia immagine riflessa in attesa di un suo cenno che mi suggerisse di agire. Non so per quanto tempo mi trattenevo lì. Il tempo indefinito di un‘anima indefinita, credo. Alle mie spalle c’erano dei teli scuri in spugna che amplificavano il color titanio della pelle nuda. Ricordo ancora i miei occhi immobili, le labbra socchiuse e l’apnea. Non mi ha mai cercata nessuno quando ero lì. Diventavo invisibile. E forse già lo ero. Pensare al suicidio mi faceva stare bene. Era il potere sul potere. Ecco. L’unica risposta possibile a quel dolore endogeno che paralizzava il respiro come pure il pensiero. Mia madre mi aveva insegnato che si può tentare più volte e non riuscire. Ma forse lei non ha mai voluto farlo davvero. Lei era infantile e questo era il suo modo per chiedere attenzione.
Io, invece, ogni volta che sto male ci arrivo sempre più vicina. E non con teatrali tentativi. Perché ogni volta sono sempre meno. Penso meno e sento meno. E il mio non è un correre verso il vuoto ma un incedere lento verso un infinito nel quale tutto si annulla senza traumi. Perché non può essere così spaventoso liberarsi del proprio corpo se un attimo dopo sei parte di un tutto che nella sostanza non esiste.


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 Oggetto del messaggio: Re: Cime tempestose
 Nuovo messaggio Inviato: mercoledì 24 febbraio 2010, 10:21 
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livia ha scritto:
Daniele ora non è più un bambino ed il prossimo anno andrà al liceo. In occasione di ogni Natale o del suo compleanno lo incontro in territorio neutrale (perché neutrale? non c'è una lotta in atto, o almeno io non la ho percepita. Se c'è devi dire qual è per spiegare la scelta di questo aggettivo) , a casa della nonna. Ogni volta ci guardiamo a lungo e in silenzio. Ha i tuoi stessi occhi. Bellissimi. Mi scruta, comprende il mio sentire (sentire cosa? imbarazzo dolore? devi dire cosa senti altrimenti non lo sa nessuno e non puoi chiedere al lettore di immaginare perché lo abbandoni a se stesso) e infine con un abbraccio è lui a consolare me. Che non riesco a non pensare che sarebbe stato meglio se non fosse mai nato. E a questo pensiero poi ne seguono altri che a ritroso mi conducono al momento in cui morì tua madre e tutti, proprio tutti, mi fanno sentire in colpa Perché? . Come spiegare che per me tua madre avrebbe fatto meno danni se ti avesse ammazzata invece di trattarti con quella sua crudele indifferenza? E’ una giustificazione che proprio non posso dare. Nel senso che non so darla. Non è chiaro Ma intimamente penso che un atto estremo a volte sia l’unica delle soluzioni possibili. L’unico modo per ingoiare il nulla prima che lui ingoi te.


Avevo l’età di Daniele E ricordo uno specchio. E l’angolo buio del bagno in cui mi chiudevo per restare a fissare la mia immagine riflessa in attesa di un suo cenno che mi suggerisse di agire. Non so per quanto tempo mi trattenevo lì. Il tempo indefinito di un‘anima indefinita, credo. Alle mie spalle c’erano dei teli scuri in spugna che amplificavano il color titanio della mia pelle nuda. Ricordo ancora i miei occhi immobili, le labbra socchiuse e l’apnea. Non mi ha mai cercata nessuno quando ero lì. Diventavo invisibile. E forse già lo ero. Pensare al suicidio mi faceva stare bene. Era il potere sul potere. Ecco. L’unica risposta possibile a quel dolore endogeno non ci sta, è troppo tecnico e allontana il lettore che paralizzava il respiro come pure il pensiero. Mia madre mi aveva insegnato che si può tentare più volte e non riuscire. Ma forse lei non ha mai voluto farlo davvero. Lei era infantile e questo era il suo modo per chiedere attenzione.
Io, invece, ogni volta che sto male ci arrivo sempre più vicina. E non con teatrali tentativi. Perché ogni volta sono sempre meno è troppo indefinito. Penso meno e sento meno. E il mio non è un correre verso il vuoto ma un incedere lento verso un infinito nel quale tutto si annulla senza traumi. Perché non può essere così spaventoso liberarsi del proprio corpo se un attimo dopo sei parte di un tutto che nella sostanza non esiste. Dai per certe cose di cui non tutti sono convinti. Come sempre dovresti parlare per te


Livia
ci sono margini per ulteriori miglioramenti. Mi concentrerei su quest'ultimo pezzo e lo espanderei in modo da dipanare e risolvere tutte le ambiguità e incertezze che contiene.
In ogni caso rispetto all'altra volta è migliorato

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 Oggetto del messaggio: Re: Cime tempestose
 Nuovo messaggio Inviato: mercoledì 24 febbraio 2010, 11:06 
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provo ad andare per ordine:
1) neutrale perchè come ho già raccontato il ragazzo sta col padre che ha un'altra donna.
2)il sentire è quel sentire che spiego immediatamente dopo, ovvero che vorrei non fosse mai nato.
3) il sentimento di colpa nasce dal fatto che non puoi dire ad uno (di 13 anni) che ti vuol bene che vorresti non esistesse nè puoi dirgli che avresti voluto che la nonna gli avesse ammazzato la madre e che per di più trovi logico questo pensiero
4) Perché non può essere così spaventoso liberarsi del proprio corpo se un attimo dopo sei parte di un tutto che nella sostanza non esiste: non mi sembradi parlare a nome di altri. puoi spiegarmi meglio come dovrei fare?
grazie


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 Oggetto del messaggio: Re: Cime tempestose
 Nuovo messaggio Inviato: mercoledì 24 febbraio 2010, 11:20 
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livia ha scritto:
provo ad andare per ordine:
1) neutrale perchè come ho già raccontato il ragazzo sta col padre che ha un'altra donna.

Stare col padre e avere un'altra donna non determina uno stato di guerra. Neutrale mi pare un aggettivo troppo forte per essere usato o per essere lasciato da solo. Se vuoi usarlo dovresti ribadire la situazione di tensione che si genera o si potrebbe generare se l'incontro fosse a casa del ragazzo. A tal proposito è immaginabile un incontro a casa del ragazzo? Non si può dire che è meglio per tutti non incontrarsi a casa sua? Semplicemente senza dare al tutto una connotazione di belligeranza che non mi pare pertinente.

2)il sentire è quel sentire che spiego immediatamente dopo, ovvero che vorrei non fosse mai nato.

Se lo spieghi dopo è inutile che tu lo scriva prima lasciandolo vuoto di qualsiasi contesto. Se lo spieghi dopo toglilo. Lo stavo per fare io ma ho preferito farti la domanda nel caso tu volessi ampliare il sentimento. Lui può immaginare imbarazzo e dolore ma non credo possa immaginare che tu pensi alla sua non nascita. Mi pare poco credibile a meno che in qualche occasione il ragazzo non abbia detto alla protagonista: sai lo so che per te sarebbe stato meglio che io non fossi mai nato.

3) il sentimento di colpa nasce dal fatto che non puoi dire ad uno (di 13 anni) che ti vuol bene che vorresti non esistesse nè puoi dirgli che avresti voluto che la nonna gli avesse ammazzato la madre e che per di più trovi logico questo pensiero

Ecco qui confermi il mio dubbio al punto due e non capisco come ci si possa sentire in colpa nel risparmiare al prossimo pensieri crudeli. Per quanto legittimi essi siano.

4) Perché non può essere così spaventoso liberarsi del proprio corpo se un attimo dopo sei parte di un tutto che nella sostanza non esiste: non mi sembradi parlare a nome di altri. puoi spiegarmi meglio come dovrei fare?

Perché non ho paura a liberarmi del mio corpo visto che dopo divento parte di un tutto che nella sostanza non esiste.

Così parli a nome tuo. Ma se dici che dopo sei parte di un tutto ecc. presupponi in qualche modo che questo sia un dato di fatto. Cosa che non è visto che molti credono nel paradiso, molti nella reincarnazione e via dicendo. La prima persona ti permette di dire quello che vuoi senza che nessuno te lo possa contestare, ma se usi la terza ci sono un sacco di persone che per il fatto di non condividere la tua idea si staccano dalla lettura del tuo pezzo. Tu per te puoi dire quello che vuoi ma non puoi parlare a nome di tutti. Questo di generalizzare è un difetto che abbiamo trovato altre volte nella tua scrittura e che ogni tanto si ripresenta.

grazie


Spero di essere stato chiaro
Ciao

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 Oggetto del messaggio: Re: Cime tempestose
 Nuovo messaggio Inviato: mercoledì 24 febbraio 2010, 11:53 
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ok. Le indicazioni sono come sempre chiarissime. Sinceramente, però, non so davvero come potrei ampliare o continuare anche dopo le correzioni. Sono inun momento di profonda crisi personale e al momento i miei pensieri e le mie convinzioni sono molto, molto lontane da quelle che avevo quando ho iniziato a scrivere il pezzo. Non so quindi se, quando e come riuscirò a venirne a capo. Vedremo.
Grazie lo stesso.


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 Oggetto del messaggio: Re: Cime tempestose
 Nuovo messaggio Inviato: mercoledì 24 febbraio 2010, 12:00 
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Iscritto il: giovedì 22 ottobre 2009, 12:47
Messaggi: 394
Se il pezzo ora non ti riguarda più, che la cosa sia o meno momentanea, non ha senso che tu continui a starci sopra.
Se il momento particolare in cui ti trovi può trovare espressione tra gli esercizi del corso non esitare a aprire un'altra area.
Se nessuno degli esercizi presenti è adatto ti ricordo che si possono aprire aree anche su richiesta dei partecipanti.

Per tutto il resto ti abbraccio con affetto
ciao e a presto
Francesco

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